Il carcere: da extrema ratio a discarica sociale

A distanza di molti decenni dall’entrata in vigore della carta costituzionale in Italia, la lungimiranza dei Padri Costituenti, che consideravano l’utilizzo del carcere come extrema ratio, come luogo di giuste e severe pene, ma tendenti al recupero della persona, è stata sepolta da fiumi di parole che la politica e le differenti posizioni culturali hanno fatto scorrere, a rispetto delle conquiste registrate sul piano dei diritti umani.

Invece di utilizzare il carcere come extrema ratio, lo si è utilizzato come strumento sostitutivo di risposte sociali che non si era in grado di dare o che non si volevano dare.

Ci si riferisce in particolare all’esplosione della penalità che ha caratterizzato la stragrande maggioranza dei paesi occidentali negli ultimi decenni, tale per cui il carcere è diventato una sorta di discarica sociale, che accoglie elevate quote di persone svantaggiate, o provenienti dall’ area del disagio e della marginalità.

In un recente intervento, il presidente della Camera dei deputati del parlamento italiano ha sottolineato come “ il livello di civiltà di un paese si misuri non solo sulla capacità di prevenire e reprimere i reati, capacità che deve essere garantita a tutela della libertà di tutti i cittadini, ma anche dalla capacità del suo sistema penitenziario di recuperare chi ha violato le regole fondamentali della convivenza civile”.

Tuttavia,  la stessa struttura e le logiche dell’universo carcerario moderno e contemporaneo sembrano aver fatto tramontare l’illusione correzionalista  laddove si riscontra l’impossibilita’  per l’ istituzione totale di raggiungere gli obiettivi che dichiara di perseguire sul campo, soprattutto in ragione della distanza tra gli obiettivi di tipo pedagogico, che fanno riferimento a dimensioni dinamiche ed emancipative, e la pratica gestionale, fondata su metodi che tendono a mantenere l’ordine e la disciplina in un contesto coattivo ed afflittivo.

Il carcere, che fa parte integrante dello stato di diritto, paradossalmente è quasi sempre un  luogo di non diritto, e nonostante i numerosi interventi del legislatore, le molteplici pronuncie della corte costituzionale, la costante denuncia delle ricerche sulle insostenibili condizioni di vita dei detenuti, e di lavoro da parte degli operatori, nonché quella degli organi di informazione, viene richiamata oggi una nuova codificazione penale nella quale possano trovare espressione i principi ed i valori che ispirano lo stato democratico delineato dalla Costituzione.

Appare necessario intervenire con opportuni investimenti economici e culturali affinché il trattamento penitenziario, sempre più orientato verso logiche di de- carcerizzazione, possa fondarsi concretamente sul principio della ”conversione pedagogica” finalizzata al reinserimento civile, fortemente auspicata dalla riforma penitenziaria del 1975, ma troppo spesso considerata irraggiungibile, proprio da coloro i quali giornalmente lavorano per educare, socializzare, riabilitare.

 

Stefano Lentini, L’educazione in carcere,profili storico-pedagogici della pena,Edizioni della fondazione” Vito Fazio- Allmayer”,2012