Deprivazione sensoriale

La deprivazione sensoriale è la pratica consistente nel privare un essere umano della possibilità di percepire una o più tipologie di stimoli sensoriali (vista, udito, tatto, olfatto, gusto). Questa pratica è stata usata nella storia per motivi diversi e opposti: come metodo di tortura e interrogatorio, oppure come atto medico.

La deprivazione sensoriale può essere usata come strumento di tortura, obbligando per giorni e giorni i prigionieri a stare confinati in uno spazio buio senza la possibilità di comunicare con nessuno, né rendersi conto di dove siano. L’esposizione prolungata all’assenza di stimoli può produrre forte ansia, allucinazioni, pensieri bizzarri, depressione e comportamenti antisociali.

Per lo stato di coscienza è necessaria la continuità della percezione. Il campo percettivo varia in continuazione secondo quanto l’attenzione seleziona in ciascuna modalità sensoriale dal mondo esterno e interno. La coscienza consiste nell’integrazione di questo campo percettivo mutevole a formare la consapevolezza composita di se stessi nel proprio ambiente. Si può prendere al meglio la natura essenziale della percezione studiandone l’assenza, come è stato rivelato dalle ricerche sugli effetti della deprivazione sensoriale.

La deprivazione sensoriale fu studiata utilizzando come volontari degli studenti di una scuola superiore canadese (1954). I soggetti giacevano a letto indossando guanti con polsi di cartone e occhiali di protezione traslucidi in una stanza illuminata, ma parzialmente insonorizzata; era presente un rumore di fondo continuo. Si riscontrò che quest’esperienza era estremamente spiacevole e, nonostante fossero pagati, i soggetti non erano disposti a rimanere in quelle condizioni per più di tre giorni.

Successivamente questa tecnica è stata messa a punto per escludere in modo più completo le sensazioni esterne. Vennero esperite diverse anomalie percettive; furono descritte allucinazioni visive di diversa complessità, ma ulteriori studi su queste modificazioni percettive portarono a considerarle, più cautamente, come “sensazioni  visive riportate” e “sensazioni uditive riportate”. Vennero classificate come “sensazioni senza significato” e “sensazioni integrate significative”.

Alcune di queste ultime erano più simili alle esperienze allucinatorie. In relazione alla completezza della deprivazione in altri canali sensoriali, si verificano percezioni anomale concernenti sensi diversi da quello visivo. I soggetti presentavano un’alterazione dello stato dell’umore: avevano crisi di panico, erano irrequieti, irritabili, o al contrario annoiati o apatici.

Nonostante il notevole impulso della ricerca neuropsicologica con risultati importanti sul ruolo dell’ambiente sensoriale nella crescita e nello sviluppo, nell’evoluzione delle connessioni neuronali, neurochimiche e neurofisiologiche, lo studio della deprivazione sensoriale non ha ancora avuto un impatto sulla psicopatologia come ci si aspettava.

Bisogna tener conto di diverse difficoltà: quale parte degli effetti della deprivazione è dovuta a un difetto nello sviluppo e quale alla perdita di comportamenti già acquisiti? Come si può usare il lavoro sugli animali per esplorare i sintomi soggettivi? Come si possono fare estrapolazioni dall’esperienza di persone normali in un ambiente altamente abnorme a quella di persone psichicamente malate? Molti studi di deprivazione sensoriale sono descritti da Riesen (1975) il quale mette in relazione i dati sperimentali con la funzione e lo sviluppo neurologico.

Venne fatta una distinzione tra deprivazione sensoriale e deprivazione percettiva. Quest’ultima venne raggiunta rendendo le sensazioni caotiche e prive di significato, piuttosto che impedendole, usando strumenti come gli occhiali traslucidi e rumori “bianchi” continui. Gli effetti deleteri della deprivazione sensoriale sono stati considerati da Slade (1984) come:

  • Incapacità di tollerare la situazione;

  • Modificazioni percettive;

  • Deterioramento intellettivo e cognitivo;

  • Effetti psicomotori;

  • Modificazioni fisiologiche di tipo elettroencefalografico e delle risposte cutanee galvaniche.

La fantasia spesso è usata come strumento per ridurre la componente affettiva sgradevole della deprivazione sensoriale. Il soggetto può cominciare a essere disorientato, e presentare difficoltà progressive nella risoluzione dei problemi e nella concentrazione. Per la percezione e il mantenimento di un normale stato di coscienza, è necessario avere a disposizione una varietà di stimoli sensoriali, e che questi stimoli siano mutevoli. Se gli oggetti di percezione di per sé non cambiano, l’osservatore muoverà il proprio punto di osservazione per creare il cambiamento.

Schreber, D. (1955), Diario di un malato di nervi. Tr. It. Adelphi, Milano 1974.