Marzo 28 2021

MSNA, cosa si nasconde dietro un etichetta.

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Ho da poco iniziato a lavorare come educatrice presso una comunità di MSNA (minori stranieri non accompagnati ) e dopo un iniziale momento di osservazione, da buona scienziata, ho iniziato a formulare ipotesi intorno a tutta una serie di questioni che riguardano il mondo controverso dell’immigrazione.

Intanto ho iniziato ad osservarli nelle loro abitudini, nelle loro reazioni, nel modo di entrare in relazione e poi pian piano ho cercato di lasciarli liberi di entrare nel mio spazio nel modo a loro più affine. Poi ho rispolverato le mie conoscenze sull’ argomento attingendo a una serie di testi universitari per ripassare tutta la normativa a riguardo.

E poi l’ ho messa da parte. Perché, fondamentalmente, non amo le etichette perché credo che siano un modo molto riduttivo di guardare alle cose: sicuramente semplificano e compensano il caos ma riducono nei termini di una conoscenza che possa essere definita tale.

MSNA da l’idea di minori che viaggiano o vagano in cerca di un luogo che li accolga, senza essere accompagnati da un adulto di riferimento ma in realtà l’ acronimo nasconde una situazione molto più complessa che ha bisogno di una lente di ingrandimento altrettanto sofisticata.

Se sulla carta siamo un Paese dotato di una struttura legislativa tutelante verso i minori e di una politica educativa formalmente attenta alle differenze e ai processi di inclusione, permane in Italia una “ questione culturale” che vede diffusa una percezione dell’emergenza e del pericolo che resta  permeata  da molti stereotipi sul tema che faticano a rendere visibili chi sono i soggetti nascosti dietro al fenomeno.

La dimensione emergenziale del fenomeno, infatti, rischia di sottrarre attenzione a quelle che sono le dimensioni costitutive dei processi migratori, così come le ricadute a medio e lungo raggio che sono connesse alle scelte e decisioni implicite nelle strategie di accoglienza iniziale. Semplificando, almeno per adesso, si tratta di un fenomeno che va affrontato a livello micro (il singolo caso) e pensato a livello macro (le politiche Internazionali).

MariaConcetta

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Febbraio 23 2021

La nascita dei colori”

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La leggenda degli Indios dell’Amazzonia “La nascita dei colori” trasmette sentimenti di fraternità e rispetto delle diversità.

Tanto tempo fa gli dei litigavano sempre perché il mondo era assai noioso con due soli colori: uno era il nero che comandava la notte, l’altro era il bianco che camminava di giorno; il terzo non era un colore, era il grigio che dipingeva sere e mattine affinché non si scontrassero troppo.

Questi dei erano litigiosi ma molto sapienti. In una riunione si misero d’accordo per pensare rendere allegra la vita degli
uomini. Uno degli dei cominciò a camminare per pensare meglio, e tanto pensava, che sbatté contro una pietra ferendosi la testa da dove uscì sangue. Il dio, dopo aver strillato per un bel pezzo, guardò il suo sangue e vide che era di un colore diverso e andò dagli altri Dei, mostrando loro il nuovo colore che chiamarono “rosso”.

Un altro dio cercava un colore per dipingere la speranza. Lo trovò dopo un bel pezzo e lo mostrò all’assemblea degli Dei; gli misero il nome “verde”. Un altro cominciò a grattare forte a terra. “Che fai?” gli chiesero gli altri dei. “Cerco il cuore della terra” rispose rivoltando la terra da ogni lato. Dopo un po’ trovò il cuore della terra, lo mostrò agli altri dei e chiamarono quel colore “marrone”.

Un altro dio salì in alto. “Vado a guardare il colore del mondo” disse, e si mise a scalare una montagna. Quando arrivò ben in alto, guardò in giù e vide il colore del mondo, ma non sapeva come fare a portarlo. Allora rimase a guardare per un bel po’, finché il colore non gli si attaccò agli occhi. Discese come poté, a tentoni, e andò all’assemblea degli dei. “Porto nei miei
occhi il colore del mondo: l’azzurro.

Un altro dio stava cercando colori quando sentì un bambino ridere; si avvicinò con cautela e gli prese la risata che diventò il giallo. A quel punto gli dei che erano ormai stanchi, andarono a dormire, lasciando i colori in una cassetta sotto un albero. La cassetta non era chiusa bene e i colori uscirono, cominciando a far chiasso e festa. Così nacquero tanti nuovi colori. Quando tornarono gli Dei si accorsero che i colori non erano più sette, ma molti di più.

Presero la cassetta dei colori, salirono sulla cima del monte, e da lì cominciarono a lanciare i colori, così l’azzurro finì in parte nell’acqua e in parte nel cielo, il verde cadde sugli alberi e sulle piante, il marrone, che era il più pesante, cadde sulla terra, il giallo, che era un risata di bambino, volò fino a tingere il sole, il rosso giunse sulla bocca degli uomini. Gli dei lanciavano i colori senza fare attenzione a dove finissero ed alcuni di essi spruzzarono gli uomini.

Per questo vi sono persone di diversi colori e di diverse opinioni. Allora, gli dei, per non dimenticarsi dei colori e perché non si perdessero, cercarono un modo per conservarli. Stavano pensando come fare quando videro un pappagallo, che era brutto e grigio come una gallina spennacchiata. Lo presero e gli attaccarono i colori. Ancora oggi il pappagallo se ne va in giro per ricordare agli dei che molti sono i colori e le opinioni e che il mondo potrebbe essere felice se tutti i colori e tutte le opinioni avessero il proprio spazio.

Il bianco ed il nero si erano sentiti messi da parte nella creazione dei nuovi colori. Anzi, si erano proprio offesi! Possibile che gli dei non si erano ricordati almeno di chiedere loro che ne pensavano della novità? E così presero il coraggio in due mani e inventarono anche loro una bella cosa che potevano poi pensare solo loro… Perché aggiungendo ‘chiaro’ o ‘scuro’ ai nuovi colori, ne inventarono il doppio!! Rosso scuro e rosso chiaro, verde scuro e verde chiaro e così si divertirono ad arricchire tutta la gamma di tinte!

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Febbraio 11 2021

Perché un compagno immaginario?

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L’invenzione di un compagno immaginario rappresenta una soluzione creativa a cui il bambino può ricorrere per fare fronte ai suoi conflitti evitando di cadere in soluzioni patologiche e deve essere visto in funzione del suo bisogno di colmare uno specifico vuoto nel suo sviluppo personale e nella sua struttura di personalità, piuttosto che come una necessità legata ad una specifica età.

Dal punto di vista psicoanalitico e tra le tante funzioni del compagno immaginario rientra quella di essere adoperato come portavoce di sentimenti particolarmente difficili o dolorosi da esprimere per un bambino.

  • Quali caratteristiche ha l’amico immaginario?

Uno degli aspetti più significativi del compagno immaginario è che il bambino che lo crea lo tratta come fosse una vera persona, con una sua dignità e con caratteristiche personali che lo differenziano, talvolta in modo notevole, da colui che lo ha creato. Il bambino gli conferisce un’autonomia di pensiero e una vita personale alla quale si dedica quando non è impegnato con il suo compagno vero.

  • Tutti i bambini hanno un compagno immaginario?

Non è una prerogativa assoluta per ogni bambino e non è legata a minori o maggiori capacità di apprendimento o a particolari problemi nel rapporto con gli altri.

Per quanto riguarda la preoccupazione che possono mostrare i genitori, innanzitutto è importante tranquillizzarsi e pensare che è tipico di tutti i bambini immaginare di avere un amico uguale o diverso da lui.

Chiedere informazioni su chi è l’amico immaginato aiuta il genitore a capire che tipo di paura o desiderio ha il suo bambino. Stare al gioco del proprio figlio mantenendo separata la realtà dalla fantasia aiuta il bambino a fidarsi del genitore e a condividere con lui un magico viaggio nella fantasia.

  • Quale è il suo destino?

L’amico immaginario un bel giorno svanirà ritornando nello stesso posto da cui è arrivato, poiché sarà sostituito da nuovi giochi, da nuove relazioni con i compagni di classe.

D’Alessio M., Psicologia dell’età scolare, 2000, Carocci, Roma

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Febbraio 8 2021

Kafka e la bambola viaggiatrice

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C’era una volta una bambola viaggiatrice…. e una  bambina, come tante, che perde la sua bambola preferita ma che magicamente incontra il postino delle bambole che le rida speranza e gioia.

Ho appena finito di leggere questo piccolo libro per bambini ( anche se a me sembra più adatto agli adulti) e devo dire che affronta temi trasversali che riguardano la vita di tutti: separazioni, abbandoni, cambiamenti. Mi è sembrato un buon modo per riflettere anche su me stessa e su come affronto la vita.  Sono o dovrei essere un’educatrice e alcune cose di me dovrei averle chiare ma sappiamo tutti che un adulto non ha sempre le idee chiare e qualche volta, anzi spesso, è una fortuna.

La bimba del libro perde la bambola e per lei è un grande dolore, uno di quei dolori che possono diventare, almeno potenzialmente, un trauma. Non voglio rischiare di usare il termine in modo non appropriato ma credo che nella vita dei bambini si debba riservare sempre uno spazio aperto all’accoglienza, all’ascolto attento, anche quando la vita degli adulti è complessa, difficile, distratta. Preciso che anche io da madre mi sono distratta ogni tanto e non ho fatto tutto quello che avrei dovuto. Forse ho fatto quello che potevo e chissà  se è bastato.

Insomma, questa bella bimba incontra un adulto che semplicemente è lì ad ascoltare il suo dolore e a provare a dargli un senso. Quell’adulto, non importa se sia il padre, un amico, un educatore, la aiuta a comprendere che nei distacchi c’ è vita, nelle separazioni ci può essere l’occasione di crescere, che dire arrivederci può non  significare dirsi addio, che dalla sofferenza, se accettata e compresa, può scaturire consapevolezza e gioia, che i cambiamenti fanno parte della vita.

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