Marzo 28 2021

MSNA, cosa si nasconde dietro un etichetta.

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Ho da poco iniziato a lavorare come educatrice presso una comunità di MSNA (minori stranieri non accompagnati ) e dopo un iniziale momento di osservazione, da buona scienziata, ho iniziato a formulare ipotesi intorno a tutta una serie di questioni che riguardano il mondo controverso dell’immigrazione.

Intanto ho iniziato ad osservarli nelle loro abitudini, nelle loro reazioni, nel modo di entrare in relazione e poi pian piano ho cercato di lasciarli liberi di entrare nel mio spazio nel modo a loro più affine. Poi ho rispolverato le mie conoscenze sull’ argomento attingendo a una serie di testi universitari per ripassare tutta la normativa a riguardo.

E poi l’ ho messa da parte. Perché, fondamentalmente, non amo le etichette perché credo che siano un modo molto riduttivo di guardare alle cose: sicuramente semplificano e compensano il caos ma riducono nei termini di una conoscenza che possa essere definita tale.

MSNA da l’idea di minori che viaggiano o vagano in cerca di un luogo che li accolga, senza essere accompagnati da un adulto di riferimento ma in realtà l’ acronimo nasconde una situazione molto più complessa che ha bisogno di una lente di ingrandimento altrettanto sofisticata.

Se sulla carta siamo un Paese dotato di una struttura legislativa tutelante verso i minori e di una politica educativa formalmente attenta alle differenze e ai processi di inclusione, permane in Italia una “ questione culturale” che vede diffusa una percezione dell’emergenza e del pericolo che resta  permeata  da molti stereotipi sul tema che faticano a rendere visibili chi sono i soggetti nascosti dietro al fenomeno.

La dimensione emergenziale del fenomeno, infatti, rischia di sottrarre attenzione a quelle che sono le dimensioni costitutive dei processi migratori, così come le ricadute a medio e lungo raggio che sono connesse alle scelte e decisioni implicite nelle strategie di accoglienza iniziale. Semplificando, almeno per adesso, si tratta di un fenomeno che va affrontato a livello micro (il singolo caso) e pensato a livello macro (le politiche Internazionali).

MariaConcetta

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Febbraio 11 2021

Perché un compagno immaginario?

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L’invenzione di un compagno immaginario rappresenta una soluzione creativa a cui il bambino può ricorrere per fare fronte ai suoi conflitti evitando di cadere in soluzioni patologiche e deve essere visto in funzione del suo bisogno di colmare uno specifico vuoto nel suo sviluppo personale e nella sua struttura di personalità, piuttosto che come una necessità legata ad una specifica età.

Dal punto di vista psicoanalitico e tra le tante funzioni del compagno immaginario rientra quella di essere adoperato come portavoce di sentimenti particolarmente difficili o dolorosi da esprimere per un bambino.

  • Quali caratteristiche ha l’amico immaginario?

Uno degli aspetti più significativi del compagno immaginario è che il bambino che lo crea lo tratta come fosse una vera persona, con una sua dignità e con caratteristiche personali che lo differenziano, talvolta in modo notevole, da colui che lo ha creato. Il bambino gli conferisce un’autonomia di pensiero e una vita personale alla quale si dedica quando non è impegnato con il suo compagno vero.

  • Tutti i bambini hanno un compagno immaginario?

Non è una prerogativa assoluta per ogni bambino e non è legata a minori o maggiori capacità di apprendimento o a particolari problemi nel rapporto con gli altri.

Per quanto riguarda la preoccupazione che possono mostrare i genitori, innanzitutto è importante tranquillizzarsi e pensare che è tipico di tutti i bambini immaginare di avere un amico uguale o diverso da lui.

Chiedere informazioni su chi è l’amico immaginato aiuta il genitore a capire che tipo di paura o desiderio ha il suo bambino. Stare al gioco del proprio figlio mantenendo separata la realtà dalla fantasia aiuta il bambino a fidarsi del genitore e a condividere con lui un magico viaggio nella fantasia.

  • Quale è il suo destino?

L’amico immaginario un bel giorno svanirà ritornando nello stesso posto da cui è arrivato, poiché sarà sostituito da nuovi giochi, da nuove relazioni con i compagni di classe.

D’Alessio M., Psicologia dell’età scolare, 2000, Carocci, Roma

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Febbraio 8 2021

Kafka e la bambola viaggiatrice

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C’era una volta una bambola viaggiatrice…. e una  bambina, come tante, che perde la sua bambola preferita ma che magicamente incontra il postino delle bambole che le rida speranza e gioia.

Ho appena finito di leggere questo piccolo libro per bambini ( anche se a me sembra più adatto agli adulti) e devo dire che affronta temi trasversali che riguardano la vita di tutti: separazioni, abbandoni, cambiamenti. Mi è sembrato un buon modo per riflettere anche su me stessa e su come affronto la vita.  Sono o dovrei essere un’educatrice e alcune cose di me dovrei averle chiare ma sappiamo tutti che un adulto non ha sempre le idee chiare e qualche volta, anzi spesso, è una fortuna.

La bimba del libro perde la bambola e per lei è un grande dolore, uno di quei dolori che possono diventare, almeno potenzialmente, un trauma. Non voglio rischiare di usare il termine in modo non appropriato ma credo che nella vita dei bambini si debba riservare sempre uno spazio aperto all’accoglienza, all’ascolto attento, anche quando la vita degli adulti è complessa, difficile, distratta. Preciso che anche io da madre mi sono distratta ogni tanto e non ho fatto tutto quello che avrei dovuto. Forse ho fatto quello che potevo e chissà  se è bastato.

Insomma, questa bella bimba incontra un adulto che semplicemente è lì ad ascoltare il suo dolore e a provare a dargli un senso. Quell’adulto, non importa se sia il padre, un amico, un educatore, la aiuta a comprendere che nei distacchi c’ è vita, nelle separazioni ci può essere l’occasione di crescere, che dire arrivederci può non  significare dirsi addio, che dalla sofferenza, se accettata e compresa, può scaturire consapevolezza e gioia, che i cambiamenti fanno parte della vita.

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Gennaio 13 2021

Etimologia delle passioni, io le racconto.

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Etimologia delle passioni”: ho letto questo libro mentre scrivevo la mia tesi di laurea e soprattutto mentre affrontavo il lutto per la morte di mio padre, andato via in soli 3 mesi.

Premetto che, suppongo valga per tutti o quasi, la scelta dei miei libri non è quasi mai casuale ma risponde sempre ad un preciso bisogno: ecco perché amo i miei libri in un modo sicuramente eccessivo, quasi carnale. Mi trovavo a fare i conti con quello che vivevo: un tornado di dolore che mi ha sfiancata, abbattuta contro un muro di cemento armato che a volte però sembrava un barattolo di miele dove potermi crogiolare; mi sembrava di non riuscire a provare nulla, il dolore era così schiacciante da anestetizzarmi quasi del tutto. Non è stato facile andare oltre quel fardello di inutilità e vuoto che mi pervadeva soprattutto perché mi sembrava che il mio dolore non potesse essere espresso, compreso fino in fondo.

Oggi va meglio ma non posso fare a meno di guardarmi indietro e di essere consapevole che con mio padre ho perso un pezzo di me stessa e che, però, su questa crepa voglio piantarci un fiore. Dopo aver fatto questa premessa ritorno al motivo che oggi mi spinge a scrivere. Parlo di etimologia delle passioni perché, nel mio recente percorso di studi, mi sono scoperta attratta dall’etimologia, intesa come scienza interpretativa di un sapere profondo, molte volte dimenticato, imprigionato e seppellito nel linguaggio.

Se cito lo studio etimologico non mi riferisco ad un itinerario verso il passato, ad un ritorno ma ad una scoperta delle radici che, invece, persistono. Mi piace perché permette di andare alla scoperta di ciò che è nascosto, di ciò che siamo e non sappiamo. Significa, in qualche modo, dissotterrare, esporre all’aria le radici delle parole, delle passioni. E questa è un’operazione che deve essere compiuta con sommo giudizio: come succede per le piante, lo shock che possono subire, rimanendo inappropriatamente esposte, può essere fatale.

La morte di mio padre mi ha fatto avvertire tutta la potenza di quello shock, mi ha costretto a rinnegare momentaneamente le passioni. Ma negare la passione è negare l’ esistenza del corpo, pertanto significa esporsi alla morte.

Ho scelto di vivere e di ri- accogliere le passioni: ecco perché scrivo.

MariaConcetta

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