Aprile 30 2020

Lo stress come evento esterno

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I primi studi sullo stress erano incentrati su traumi causati da eventi di grande impatto come guerre e calamità naturali. Questa caratterizzazione fu in seguito ampliata fino a includere tutti gli eventi rilevanti nella vita come il matrimonio, il divorzio, il lutto, il licenziamento o l’assunzione. Altri ricercatori si sono soffermati sulle caratteristiche nocive dell’ambiente quali il rumore, il sovraffollamento o l’inquinamento atmosferico. Alcuni hanno preferito concentrarsi su problemi più comuni, come la tensione cronica di ruolo conseguente a un matrimonio fallito o a una condizione di povertà, mentre altri ancora studiano lo stress delle difficoltà quotidiane.

Ci sono aspetti temporali e spaziali dello stress che meritano uno studio più intenso: la sua durata, la rapidità con cui insorge, i suoi collegamenti e la sua propagazione. Gli studi etologici indicano che in accordo alla durata dello stressor (a breve termine, cronico o a intermittenza) gli effetti fisiologici dello stress possono essere molto diversi, mentre gli studi sul lutto indicano che anche la subitaneità di un decesso può riflettersi sulla gravità degli effetti negativi dello stress.

Infine, uno stressor può avere un effetto limitato, facilmente circoscrivibile, oppure può dare avvio a una reazione a catena di eventi che si estendono in più settori. Questa reazione a catena è definita “legame”. Ad esempio, la perdita del posto di lavoro può condurre a problemi economici a lungo termine, che a loro volta possono provocare un divorzio, il quale di suo può portare a un distacco dai figli e via dicendo.

La descrizione dello stress come semplice evento esterno non tiene conto delle differenze individuali nella percezione e nella valutazione dello stress. Ciò che per un individuo in un dato momento è stressante può non esserlo per un altro individuo, o addirittura per lo stesso individuo, in un momento diverso. In breve, lo stesso evento può essere più o meno stressante a seconda del contesto individuale e sociali.

L’approccio ecosociale nell’assistenza psicologica

Dal momento che i bambini sono inevitabilmente immersi nelle suddette condizioni socioculturali ecc., l’approccio ecosociale appare come la più adeguata struttura teorica per tutte le azioni preventive e gli interventi atti a preservare e a migliorare la loro salute mentale. La principale premessa del modello ecosociale è che i segmenti dell’ambiente sociale nel quale un bambino vive sono importanti per la salute mentale. La famiglia, la scuola, i gruppi di amici e la comunità sociale sono i sistemi con i quali il bambino entra in contatto e dei quali è parte integrante. Cambiamenti in un certo ambito si riflettono sul bambino e sulla sua interazione con quel sistema di vita e con altri sistemi di vita.

Quando si vuole prestare assistenza e organizzare un intervento, la cosa importante è che un risultato uguale o simile potrebbe essere ottenuto con interventi realizzati nei vari sottosistemi dell’ambiente di un bambino. Cosa ancor più importante, quando non è possibile agire sulle principali cause dello stress è forse possibile, invece, intervenire in un altro sottosistema e aiutare ugualmente il bambino.

Per esempio, molti bambini vivono in situazioni ambientali estremamente sfavorevoli e sono esposti a svariate influenze stressanti. Spesso non è possibile modificare le circostanze, basti pensare ai casi di famiglie indigenti, di profughi, di malattie croniche gravi, di genitori affetti da disturbi psichiatrici. In simili situazioni raramente è possibile migliorare la situazione familiare del bambino. Né è necessariamente raccomandata la separazione del bambino della famiglia,

anche se disfunzionale, poiché non ci sono garanzie che un bambino possa vivere meglio lontano dalla famiglia, per esempio in un istituto.

La domanda, allora, è la seguente: è possibile effettuare interventi preventivi o protettivi per un bambino in sottosistemi esterni al sistema-famiglia? Più specificamente, ciò significa che un bambino potrebbe essere aiutato, per esempio, attraverso il sistema-scuola, oppure mediante programmi sviluppati all’interno della comunità.

Gli studi sulle cosiddette persone resilienti, cioè quelle persone che sono riuscite a conservare un sufficiente livello di equilibrio emotivo malgrado le difficili situazioni ambientali nell’infanzia, dimostrano che molte di loro sono riuscite a “sopravvivere” imparando ad adattarsi a un altro sistema funzionale con cui sono riuscite, comunque sia, a interagire adeguatamente. Che cosa ha aiutato questi bambini? Per alcuni di loro è stata la scuola, per altri un buon rapporto con un adulto esterno alla famiglia disfunzionale entro la quale dovevano continuare a vivere. Per alcuni bambini l’aiuto è stato la loro fiducia in un sottosistema interno alla famiglia (nipotini, nonni e così via). In conclusione: come aiutare bambini per i quali, a prima vista, sembrerebbe non esserci speranza di un aiuto interno alla famiglia? La risposta può essere trovata prendendo in considerazione l’approccio ecosociale e ipotizzando un intervento su qualcuno degli altri sistemi che circondano il bambino.

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Novembre 15 2019

Il modello dello stress psicosociale di Barbara Dohrenwend

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Il modello integrato elaborato da Barbara Dohrenwend (1978), è basato sul concetto unificante di stress psicosociale, che include una dimensione temporale e consente di focalizzare sia le tematiche centrate sulla persona sia quelle centrate sull’ambiente.

Quando un evento stressante si presenta sulla scena, genera una serie di reazioni che sono solitamente transitorie; quello che succede in seguito dipende dalla mediazione sia di fattori situazionali, quali i sistemi di sostegno sociale, materiale ed economico, che di fattori psicologici, come per esempio i valori e le abilità di coping. Da questa complessa interazione dipende l’andamento della situazione problematica; in particolare l’Autrice distingue tre differenti esiti possibili:

  1. La persona può crescere e cambiare in senso positivo, come risultato della sua capacità di padroneggiare l’esperienza;
  2. Può ritornare ad uno stato psicologico per lei normale;
  3. Può sviluppare una forma di psicopatologia, definita dall’Autrice come una reazione disfunzionale persistente.

Un altro aspetto importante del modello consiste nell’indicare le possibilità d’intervento a diversi punti del processo analizzato: oltre l’intervento terapeutico, necessario quando l’esito finale è psicopatologico, Dohrenwend sostiene che si possa intervenire molto prima, attraverso servizi di “intervento sulla crisi”.

Questo modello ha il merito di focalizzare l’attenzione su una visione olistica dei problemi, mostrando come essi siano inseriti nel contesto sociale, e come sia necessario sviluppare teorie che tengano in considerazione “la persona-in-una-situazione”.

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Novembre 12 2019

Il modello integrato di Moos e Schaefer

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Una questione ancora aperta è quella che riguarda la possibile distinzione tra stili di coping e strategie di coping adottate in una specifica situazione. Nella formulazione di Lazarus, il coping è descritto come una reazione dinamica e situazione-specifica allo stress percepito, altri Autori, invece, lo considerano un set di tratti intrapersonali.

Quest’ultimo approccio pare essere riduttivo poiché è assai improbabile che le variabili situazionali non abbiano un peso; ciò è confermato anche da alcune ricerche. E’ dunque sensato concludere che sia gli stili sia le determinanti situazionali concorrano ad influenzare la strategia di coping di volta in volta adottata.

La proposta di Moos e Schaefer (1993) si colloca in linea con quanto affermato; gli Autori sostengono l’importanza della complementarietà dell’approccio disposizionale e di quello contestuale e propongono, di conseguenza, un quadro di riferimento concettuale generale del processo di coping, il quale enfatizza sia gli aspetti stabili personali, che i fattori situazionali mutevoli.

Gli Autori propongono due sistemi: uno ambientale, comprensivo degli eventi di vita stressanti e delle risorse sociali ed uno personale, composto dalle caratteristiche sociodemografiche dell’individuo e delle sue risorse. Il modello assume che le crisi e le transizioni della vita ed i fattori ambientali e personali che le preannunciano, influenzino la valutazione cognitiva e le risposte di coping, che a loro volta incidono su salute e benessere.

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Novembre 6 2019

Stress

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Il termine stress, che letteralmente significa “spinta, pressione, costrizione”, è stato utilizzato per la prima volta dal medico canadese di origine austro-ungarica Hans Selye per indicare una “risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso”.

Secondo l’Autore, quando un organismo è posto di fronte a un agente stressante (stressor), si mobilita allo scopo di ristabilire la precedente condizione di omeostasi. A prescindere dalla natura dello “stressor” la risposta dell’organismo è univoca e si articola in tre fasi che nell’insieme costituiscono la “Sindrome Generale di Adattamento”.

Nella prima fase, detta di “allarme”, si manifestano essenzialmente modificazioni di carattere biochimico-ormonale. Nella seconda, chiamata di “resistenza”, l’organismo sembra essersi adattato alla sollecitazione in quanto lo stato di eccitazione generale si riduce. Tuttavia se le pressioni esercitate sull’organismo permangono per un lungo periodo di tempo o sono particolarmente intense, può subentrare uno stato di affaticamento, seguito dalla terza fase, detta di esaurimento, in cui l’organismo non è in grado né di adattarsi alla nuova situazione, né di far ritorno, rapidamente, alle condizioni pre-stress.

Ciò può produrre reazioni patologiche più o meno transitorie, le quali sarebbero mediate da modificazioni dei sistemi endocrino, immunitario e nervoso autonomo e più nello specifico dall’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-cortico-surrene.

Un agente stressante può quindi danneggiare l’organismo in due modi: direttamente, quando oltrepassa la sua capacità di adattamento; indirettamente come risultato dei processi stessi messi in atto nella difesa contro lo stressor.  Selye, infine, ha utilizzato il termine eustress per indicare l’effetto postumo, piacevole ed adattivo dello stress sull’organismo e la parola distress per riferirsi, invece, al suo effetto spiacevole, dannoso e disadattivo.

Il modello appena illustrato rappresenta una concezione meccanicistica e fisiologica dello stress ed è stato ampiamente criticato per il ruolo limitato che assegna ai fattori psicologici e per la presunta uniformità delle risposte agli agenti stressanti. Anche se lo stesso Selye ha suggerito la possibilità che la reazione di stress fosse attivata direttamente dagli stimoli emozionali, è solo negli anni successivi che si arriva al concetto di stress psicologico formulato da Lazarus (1966), per il quale la reazione di stress dipende anche dalla valutazione cognitiva, in grado di attribuire significato allo stimolo. Pertanto, se l’individuo ad un qualche livello di coscienza, ritiene lo stimolo come rilevante, si produce un’attivazione emozionale con conseguenti risposte somatiche, viscerali e psichiche.

Selye, Hans, The Stress of life; McGraw-Hill

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