Febbraio 21 2020

Perché il terrorista uccide?

Quando leggiamo o vediamo in tv la notizia di un attacco terroristico ci soffermiamo di solito sulla drammaticità dell’evento, e concentriamo la nostra attenzione sui morti, i feriti, il luogo dove è avvenuta l’azione, le vulnerabilità del sistema. Poi, nelle ore e nei giorni successivi, tutti ci facciamo la stessa domanda: “perché lo fanno?”.

In un certo senso cerchiamo la risposta a una domanda che ci inquieta nel profondo: “come può un essere umano uccidere a freddo delle persone innocenti, persone che non conosce?”. Ci interroghiamo sul Male, quello con la maiuscola, e cerchiamo di capire quali motivazioni possono convincere un uomo a trasformarsi in terrorista disposto a uccidere e magari a essere a sua volta ucciso.

La stessa domanda, in modo non molto diverso, se la fanno gli esperti di antiterrorismo. Ma, anche se in questi anni sono stati fatti studi di settore molto approfonditi, l’unica cosa che possiamo affermare con assoluta certezza è che le analisi sulle motivazioni psicologiche dei terroristi sono ancora a uno stadio primordiale.

Sappiamo però che l’azione terroristica nasce e si alimenta all’interno di un contesto sociale specifico. E’ impossibile separare l’azione di un singolo terrorista dall’ambiente che lo ha prodotto. E’ in quell’ambiente che vanno cercate le motivazioni e i creatori di terroristi, cioè i reclutatori che hanno capacità e mezzi per individuare, selezionare e manipolare soggetti con determinate capacità per trasformarli in assassini, o in assassini-suicidi, sulla base di un credo religioso.

La trasformazione di un credente in un terrorista va sotto il nome di radicalizzazione, termine che rimanda a un’interpretazione radicale e totalizzante del precetto religioso. Il processo di radicalizzazione, cioè la trasformazione psicologica di un individuo in un terrorista omicidia, avviene sempre all’interno di dinamiche di gruppo o di appartenenza. Questo processo di formazione può avvenire nei campi-profughi in Libano, ma anche nella balieu parigina o nel cuore dell’America, come dimostrano i recenti attentati eseguiti da terroristi della stessa nazionalità delle vittime, cresciuti nelle stesse scuole e nella stessa cultura delle vittime.

Cercare di delineare le motivazioni psicologiche che spingono i terroristi a uccidere non è semplice. Ogni terrorista è un assassino con una sua storia, con delle dinamiche specifiche che ne rafforzano l’identità e ne incoraggiano l’azione. Cercare di trovare una logica comune a comportamenti così feroci è complicato e bisogna risalire una serie di eventi legati in maniera indissolubile dei quali spesso si riesce a capire la causa primaria solo a distanza di tempo e molte volte solo in maniera approssimativa.

Non dobbiamo però commettere l’errore di considerare un terrorista come una persona affetta da una patologia psichiatrica. Anche se di fronte all’efferatezza di alcune azioni a tutti viene spontaneo pensare: “ Sono dei folli”, dobbiamo evitare di crederlo. Un terrorista non è mai un pazzo, nel senso tecnico del termine. Al contrario è una persona responsabile e cosciente delle azioni che svolge; è addestrato a fare quello che fa.

Non possiamo definirlo psicopatico solo perché ci appare incomprensibile, se lo facciamo rischiamo di dare una giustificazione. Questo non esclude a priori che alcuni soggetti abbiano un accentuato istinto omicida o un’inclinazione alla violenza, e che questo li renda particolarmente interessanti agli occhi dei reclutatori. Ma, paradossalmente, questo è solo un elemento aggiuntivo, non quello determinante. Anzi, per un reclutatore, un soggetto palesemente disturbato è un problema e solo in mancanza di meglio un’opportunità.

Un terrorista è quasi sempre una persona con un quoziente intellettivo normale, spesso superiore alla media, unito a un istinto omicida potenziato dall’indottrinamento. Scambiare il terrorista per uno psicopatico è un errore di valutazione che non possiamo permetterci di fare. Ogni terrorista è consapevole di ciò che fa e si assume la responsabilità delle proprie azioni che considera come indispensabili e necessarie. Uccidere fa parte di una ritualità imposta dalle regole ferree dell’indottrinamento e dal rigore delle leggi imposte dal gruppo terroristico d’appartenenza.

Ogni terrorista per uccidere deve, in qualche modo, imporsi delle regole di comportamento, sia che agisca in gruppo sia che agisca in maniera individuale. L’appartenenza a un credo o a un gruppo è un collante fortissimo che ha bisogno però di una disciplina per essere affidabile ed efficiente. Il credo religioso e la lealtà al gruppo rendono il terrorista forte di fronte a ogni tipo di difficoltà, le sue regole morali sono quelle del gruppo al quale ha aderito e intende imporle al resto del mondo. In questo senso l’azione violenta è un mezzo e non un fine a se stante.

Gli obiettivi del terrorista sono la distruzione della normalità e la rottura dell’ordine sociale, la delegittimazione del potere costituito, la diffusione di incertezza e paura nella collettività. Un terrorista si sente un combattente per una giusta causa, chi è fuori dal suo mondo e chi si oppone è un nemico. Finora ho parlato genericamente di terroristi e non di terroristi dell’ISIS (sigla che identifica il sedicente Stato islamico o Daesh). E’ stato fatto volutamente perché se è vero che finora gli attentati in Europa sono stati rivendicati dal sedicente califfato è altrettanto vero che la galassia terrorista islamista è articolata e quindi non si può escludere a priori che un attentato venga compiuto da altre organizzazioni. L’ISIS, costituitosi in Iraq per combattere le Forze della coalizione e il governo sciita sostenuto dagli Stati Uniti, e poi entrato in Siria e in Libia, ha modificato modus operandi e strutture del sistema terroristico esportando un modello militare e organizzativo oltre che ideologico e religioso.

Categoria: Criminologia | Commenti disabilitati su Perché il terrorista uccide?