3 Dicembre 2019

Psicofarmacologia

La farmacoterapia in ambito psichiatrico, è relativamente recente -l’importanza della cloropromazina nel trattamento della schizofrenia non era di fatto rilevata fino agli anni 50 (1954)- ma ha enormemente migliorato la prognosi dei pazienti. Ai medicamenti moderni, va riconosciuta la caratteristica, del tutto nuova, di integrarsi con la condotta psicoterapeutica.

Le modificazioni che essi inducono nello stato di coscienza e nel tono dell’umore sono generalmente graduali, e quindi ben governabili in ogni momento. Ne risulta un profondo mutamento nell’atmosfera del ricovero ospedaliero e nei rapporti fra malato ed ambiente, ed inoltre un mutamento non meno rilevante delle manifestazioni morbose, dato che il malato stesso ne risente ben presto l’azione.

Compaiono aspetti nuovi, alcuni -persino spiacevoli- riferiti ad “effetti secondari” (in altre parole non ricercati) dei farmaci, altri conseguenti a modificazioni strutturali o sintomatiche della malattia, che può assumere fisionomie un tempo sconosciute: è questa la cosiddetta “rivoluzione chemioterapica”.

Dopo circa un ventennio di entusiasmo incondizionato, oggi si è persuasi che gli psicofarmaci hanno un’azione più sintomatica che causale, nel senso che l’andamento del disturbo psichico risulta più modificato nelle sue manifestazioni che nelle sue dinamiche profonde.

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