Febbraio 20 2018

Stili di vita. Una breve riflessione

Il nostro corpo, se riuscissimo a curare e a prevenire in tempo tutte le malattie ed affezioni a cui è esposto, potrebbe assicurarci una vita felice e in relativa buona salute fino a 100-120 anni.

Non possiamo comunque vivere in eterno. Purtroppo o per fortuna, c’è un limite. Invecchiare vuol dire usurarsi.

Un’automobile, anche se molto ben tenuta, ad un tratto “si rompe” in alcune sue parti meccaniche: il nostro corpo ugualmente ad un certo punto “cede” in qualche organo, sia esso il cuore, i vasi sanguigni od altro. Invecchiamo perché viviamo.

Per vivere l’uomo ha bisogno di ossigeno, contenuto nell’aria. L’ossigeno è indispensabile alla vita, ma purtroppo ha un “effetto collaterale” non eliminabile: a lungo andare l’esposizione ad esso produce un invecchiamento delle nostre cellule. Un pezzo di ferro esposto all’aria dopo un certo periodo “arrugginisce”.

Le nostre cellule subiscono grosso modo un fenomeno simile: di usura, fino ad inceppare i meccanismi. Per fortuna possiamo ritardare questo effetto. Per esempio tenendoci sempre in forma, muovendo le nostre articolazioni ed i nostri muscoli con un esercizio fisico costante e quotidiano.

Anche l’alimentazione può aiutarci: ci sono sostanze contenute in alcuni cibi, soprattutto frutta e verdura, che limitano o riducono l’invecchiamento cellulare.

Gli anziani non sono tutti uguali. Ci sono quelli che invecchiamo meglio e quelli che invecchiano peggio. Ciò è dovuto a come si sono comportati prima: cioè se in gioventù hanno condotto una vita regolare e una alimentazione equilibrata.

Non solo però: dipende anche dalla loro “struttura genetica”, da quello che nel parlare comune si definisce costituzione. Studiosi che si sono occupati di stili di vita negli anziani distinguono – almeno a livello nutrizionale – tre livelli: 1anziani in buona salute che continuano a nutrirsi pressappoco come si nutrivano in gioventù. 2 anziani con malattie acute o croniche (es. Alzheimer, che devono essere nutriti di più e diversamente da prima della malattia). 3 anziani deboli, che hanno poco appetito e si nutrono male.

Un anziano può mantenersi “sveglio” e “scattante” a livello fisico e mentale, senza perdere molto rispetto a un giovane.

Alcuni studiosi hanno calcolato che un uomo di 75 anni, in buona salute, ha una perdita di lucidità e scioltezza fisica e intellettuale solo del 20% rispetto all’età giovanile.

In parole semplici questo vuol dire che se a vent’anni potevo fare 100 cose o avere 100 pensieri, a 75 anni posso farne o pensarne 80: non è una grande perdita. Allora perché vediamo sempre più anziani depressi, bloccati, stanchi, quasi ridotti a vegetali? Perché il nostro “stile di vita” (cioè il nostro modo di vivere) non è corretto: dobbiamo curare di più l’attività fisica e l’alimentazione, imparare a vivere con meno stress, con più equilibrio.

In generale gli anziani del nord sono più in buona salute e più longevi rispetto a quelli del sud. Sono però anche più soli e meno accuditi dai famigliari.

Le malattie degenerative (artrosi, osteoporosi) e le malattie psichiche causate dall’isolamento (depressione) sono abbastanza diffuse negli anziani che vivono al nord, e sono più elevate in coloro che vivono nelle cinture periferiche metropolitane o in piccoli paesi montani e collinari rispetto alle grandi città.

Le donne ne sono più affette che gli uomini. Le donne percepiscono con più lucidità e patimento le limitazioni funzionali dovute all’età.

Molti anziani non hanno hobby o interessi al di fuori del lavoro. Hanno vissuto solo per il “dovere”. Quando per vari motivi debbono abbandonare l’attività lavorativa, restano inermi, vuoti e annoiati di fronte al tempo libero che gli si profila minaccioso davanti. Gli uomini anziani in struttura non socializzano e solidarizzano, al contrario delle donne.



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Pubblicato 20/02/2018 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

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