Settembre 10 2018

Il medico cura, ma è il malato che guarisce

La medicina cinese e quella indiana hanno molto in comune, ma si distinguono per una fondamentale differenza: la medicina indù è considerata di origine divina e resta strettamente legata alla religione, tanto che i primi scritti di terapia sono contenuti appunto nei Veda, i testi sacri; la medicina cinese ha invece origini umane, è laica e scientifica nel senso moderno della parola.

Essa, infatti, ricerca le leggi che governano la salute e la malattia all’interno di una concezione razionale dell’universo e sostiene che la terapia varia in dipendenza dalle cause che hanno provocato la malattia stessa, cause che sono sempre ritenute naturali e spiegabili razionalmente.

La medicina indiana, al contrario, elenca tra le cause di malattia anche l’influenza di demoni o spiriti maligni. L’uno o l’altro di questi due atteggiamenti, teurgico o razionale, caratterizzano non solo tutti i tipi di credenze mediche che l’uomo abbia sperimentato dalla preistoria a oggi, ma anche l’atteggiamento che ogni singolo paziente assume sia di fronte al medico sia nei confronti della propria salute.

L’uomo malato tende a “deizzare” il medico o la cura cui si sottopone perché, fondamentalmente, non vuole sapere, forse per un inespresso timore di riconoscersi in qualche modo responsabile della malattia che lo ha colpito, quasi maledizione o punizione per ignote colpe.

Altre volte, invece, il malato considera il medico e la cura razionalmente, chiede spiegazioni logiche e convincenti, proporzionate alle proprie conoscenze o comunque tali che una sorta di intuito o d’istinto lo portino a riconoscerne la veridicità.

E’ forse superfluo dire che quest’ultimo è l’atteggiamento corretto, attraverso cui ognuno di noi può divenire l’arbitro della propria salute.

Per Ippocrate, dovere del medico è far capire al malato il più possibile della propria malattia e del ragionare che porta il medico alla diagnosi, alla prognosi, a stabilire il regime terapeutico, e precisa: “… si opponga al male il malato insieme con il medico”. L’antica medicina cinese, per parte sua, ha un assioma: “il medico cura ma è il malato che guarisce”.

Il medico non deve mai stancarsi di ripeterla ai suoi pazienti, come incitamento a prendere coscienza di sé e della vis sanatrix, forza sanatrice, contenuta nella stessa natura umana. La consapevolezza di sé e la volontà di combattere e sconfiggere la malattia sono le forze naturali indispensabili per riconquistare o mantenere la salute.

Non illudiamoci che il farmaco combatta le nostre battaglie mentre passivamente attendiamo il miracolo come spettatori di un dramma che non ci riguarda. Talvolta il medico si trova di fronte a un malato che deperisce e muore senza una causa apparente, nonostante tutte le cure praticategli e quantunque gli esami non rivelino nulla di particolarmente grave.

E benché nessun testo accademico di medicina ne parli, il medico sa che sono mancati da parte del paziente la volontà o il desiderio di lottare per vivere, quasi avesse esaurito la propria energia vitale. Si ricordi sempre che “è il malato che guarisce”.

Il medico non è un moderno stregone o sciamano, non può offrire guarigione miracolose, né può, come gli scienziati, ripetere lo stesso riuscito esperimento all’infinito, ché la pratica medica è ben lontana dalle ideali e protette condizioni di un laboratorio.

Il suo compito è curare: dare conforto, comprensione, assistenza. Nel guidare il paziente, colui che patisce, che soffre, verso la guarigione, egli farà ricorso alla propria scienza, in piena coscienza dei propri limiti e dell’inalienabile diritto del paziente a decidere di sé e per sé, sancito anche dalla legge.

Il buon medico non perderà mai di vista il rispetto del malato, si asterrà dal suggerire esami inutili e dal prescrivere terapie dubbie; facendo proprio il grande precetto della Scuola Salernitana primum non nocere (prima di tutto non nuocere), egli si chiederà sempre, prima di qualsiasi esame o intervento, non solo se possa essere di danno al paziente, ma anche se gli gioverà, se non sia presuntuosa pretesa di dimostrare la conoscenza dei più moderni mezzi diagnostici, di arrivare a una diagnosi non attraverso una paziente anamnesi e l’umana comprensione dell’uomo malato, ma quantificando e registrando dei numeri e delle immagini che dell’uomo non sanno cogliere che una minima parte, un riflesso, la conseguenza della malattia e non la malattia stessa: questi igrandi precetti della medicina.

Possiamo dire che il medico cura se ha umiltà. Se agisce in scienza e coscienza, e il malato guarisce se conosce sé stesso e le forze molteplici che la natura gli ha messo a disposizione.

Medicina e natura


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Pubblicato 10/09/2018 da Fabrizio Artelli nella categoria "Medicina Naturale

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Psicologo e Psicoterapeuta Tel.: 375.544.1862 (per appuntamento)