Ottobre 22 2018

Il training autogeno

Tra tutti i metodi terapeutici basati sulla distensione e sull’esercizio che negli ultimi cento anni la scienza occidentale ha sperimentato e studiato, il training autogeno si è affermato come uno dei più efficaci e completi.

Esso è stato studiato e messo a punto, durante lunghi anni a partire dagli anni ’20, dal neurologo tedesco J. Shultz. Contrariamente a quanto molti ritengono, non si tratta di una tecnica di rilassamento e di concentrazione, ma di un metodo di psicoterapia, alla stregua dell’ipnosi con la quale è strettamente legato.

Infatti, il training autogeno mira a provocare uno stato di autoipnosi, nel quale la componente di rilassamento fisico è considerata secondaria alla distensione emotiva; ed è formato dalla fusione di altre tecniche psicoterapeutiche, convenientemente rielaborate.

Sicuramente non è estranea a questo metodo la conoscenza delle filosofie e delle metodiche orientali di rilassamento, che al tempo in cui fu elaborato erano oggetto di ampio interesse da parte dei neuropsichiatri della scuola tedesca, benché se ne sapesse in realtà abbastanza poco. Soprattutto si ignoravano i particolari delle metodiche e non si aveva idea delle forze che attraverso di esse potevano essere scatenate.

Il training autogeno può essere praticato in gruppo o individualmente, ma sempre e comunque sotto la guida e la sorveglianza di un terapista qualificato. Prima di sottoporsi a questo tipo di terapia è necessario che un medico esperto proceda a una diagnosi; questi poi, durante la cura, farà opportuni controlli.

Gli esercizi seguono delle sequenze ben definite e procedono per gradi. Tendono a provocare uno stato di sonnolenza, simile a quello che precede il sonno, detto appunto stato ipnagogico.

Le posizioni di partenza, apparentemente simili a quelle indicate per gli esercizi di rilassamento, sono in realtà diverse nella sostanza: infatti, durante gli esercizi il capo è piegato in avanti anziché eretto; la schiena è curva; nella posizione seduta si preferisce una poltrona anziché una sedia; il bacino è piegato; il corpo scivola in avanti; le gambe possono essere distese e accavallate; le braccia poggiano sui braccioli.

Se si usa una sedia, il bacino è piegato in avanti con il dorso curvo, i piedi sono divaricati. In questa posizione non sarebbe possibile ottenere i risultati da noi indicati a proposito di rilassamento e concentrazione, che di fatto differiscono dagli scopi che si prefigge il training autogeno.



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Pubblicato 22/10/2018 da Fabrizio Artelli nella categoria "Clinica

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