Novembre 11 2018

Lo Yoga nella storia del pensiero religioso indiano

Agli albori dello sviluppo del pensiero filosofico-religioso indiano non si parla esplicitamente di Yoga, né questo termine verrà usato per indicare una disciplina organica fino al primo millennio a.C.

Ma oltre ai libri sacri, su cui ci basiamo per sostenere queste idee, esistono altri segni nella tradizione religiosa popolare attraverso cui risalire alle origini dello Yoga: rituali, simboli, termini sacri.

Nei quattro Veda, i testi sacri risalenti alla metà del secondo millennio a.C. che illustrano la religione degli Ari, cioè la componente indo-europea dell’odierna popolazione indiana, non c’è traccia di pratiche Yoga. In questa religione, centrata sul sacerdote e sul sacrificio, compare soltanto un interesse al potere dell’ascetismo che potrebbe rappresentarne una delle radici.

Nulla di scritto, o decifrato, ci è giunto dalle popolazioni preariane, quelle che, fondendosi con gli Ari, portarono il loro bagaglio di credenze che contribuì al sorgere dell’Induismo. Diversi elementi indicano, però, che nei loro culti stava probabilmente il seme che si è poi sviluppato nello Yoga.

Tra gli elementi più importanti in questo senso sono i reperti della Civiltà della Valle dell’Indo che fiorì nel terzo millennio a.C.: sono state rinvenute immagini di asceti in posizione di meditazione e figure femminili che suggeriscono il culto della Dea Madre.

Anche tra le popolazioni dravidiche e predravidiche era presente questo culto, che riemergerà nelle correnti tantriche e yogiche più tarde. Inoltre queste componenti hanno portato con sé una tendenza al rapporto più diretto con il sacro, che si è tradotto in riti oggi comuni a tutto l’Induismo, e che probabilmente hanno preparato il terreno per lo sviluppo dello Yoga.

Riferimenti precisi allo Yoga compaiono, invece, nel gruppo di testi noto col nome collettivo di Upanishad: sono opere di grande valore filosofico e poetico, in cui domina il tema dell’identità tra Anima Individuale e Spirito Universale.

In quelle più antiche, elaborate nella prima metà del primo millennio a.C., vengono descritte alcune pratiche Yoga, come il controllo del respiro. Nelle Upanishad più tarde (dal II sec. A.C.) lo Yoga si presenta quasi nella sua completezza, come una disciplina con un suo substrato filosofico, e ne sono descritte le varie tappe: ha grande importanza il pranayama e viene descritta la fisiologia del corpo sottile.

Questi elementi vengono sviluppati in un gruppo di Upanishad posteriori, che trattano specificamente dello Yoga e sono ricchissime di dettagli su asana (le posizioni dello Yoga), controllo del respiro e fisiologia sottile: vi si parla del risveglio di Kundalini – l’energia latente – e dei poteri straordinari che le pratiche più avanzate danno agli yogin.

Già prima della sua sistematizzazione in testi comprensivi, lo Yoga era perciò ben affermato: la sua importanza nella vita spirituale indiana è enfatizzata nella Bhagavadgita, il poema considerato universalmente come il capolavoro del pensiero religioso indiano.

Composto probabilmente intorno al II sec. A.C., in esso si svolge il dialogo tra Krishna, incarnazione del dio Vishnu, e il guerriero Anjuna prima di un’importante battaglia: dalla bocca di Krishna sgorgano i fondamenti etici che hanno impregnato il pensiero indiano fino ai giorni nostri.

Viene esposto il principio del Karma, il valore dell’azione indù, senza interesse per i risultati e i meriti che possono derivarne, e viene descritto lo Yoga come la tecnica grazie a cui chiunque “raggiunge con facilità il contatto col z, che è gioia infinita”.

Il testo più importante a noi giunto che sistematizza lo Yoga così praticato, inserendolo in un contesto filosofico omogeneo, sono gli Yogasutra di Patanjali. Essi descrivono le otto tappe dello Yoga per giungere alla coscienza superiore (Samadhi), descrivono le difficoltà lungo il sentiero della liberazione, spiegano i fondamenti filosofici dello Yoga inquadrandoli all’interno del sistema Sankhya.

Verso il IV-VI sec. D.C. si afferma in India il Tantrismo, investendo tutte le religioni e le correnti spirituali: c’è un Tantrismo Vishnuita, uno Shivaita, esiste un importante Tantrismo Buddista. Filo comune a tutti è l’affermazione dell’importanza del principio femminile, la Dea, che riprende la tradizione preariana del culto della Dea Madre.

Il Tantrismo utilizza le pratiche Yoga accanto a un ricco rituale, per risvegliare l’energia latente (Kundalini), attivare i centri del corpo sottile e realizzare l’unione. Vengono utilizzati mantra (insieme di sillabe ripetute continuamente), mandala (disegni simbolici che aiutano la concentrazione) e una copiosa iconografia di supporto.

Importante – e in Occidente il Tantrismo è spesso conosciuto solo per questo – il rito sessuale. La donna è Shakti, la Dea, e nell’unione sessuale rituale il maschio perde la sua umanità e realizza l’unione superiore. L’atto sessuale, attraverso una lunga pratica e la ritenzione del seme, diventa una tecnica mistica: così la coppia umana trascende la sua umanità.

Molto influenzato dal Tantra è lo Hathayoga, affermatosi nel XIII-XIV sec. Hatha è anche la combinazione di Ha (sole) e Tha (Luna), la polarizzazione di sole e luna, del maschile e del femminile: vi si trovano infatti espliciti accenni alle tecniche tantriche.

In generale lo Hathayoga enfatizza il mantenimento del corpo fisico in buone condizioni tramite le posizioni (asana) e tecniche di purificazione fisica, per poi procedere alla purificazione e alla manipolazione del prana, il corpo sottile, e per giungere a Samadhi, la coscienza pura.

DANIELOU A., Yoga, metodo di reintegrazione, Astrolabio, Roma 1974.



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Pubblicato 11/11/2018 da Fabrizio Artelli nella categoria "Medicina Naturale

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