Novembre 19 2018

La respirazione nella medicina Ayurvedica e nello Yoga

La respirazione è una funzione di fondamentale importanza sia nella medicina ayurvedica sia nello Yoga: è il processo che immette nell’organismo l’energia vitale, il prana cosmico.

La fisiologia del corpo umano è dominata dai tre Dosha, componenti funzionali dell’organismo umano, determinati dalla fusione dei cinque elementi primordiali (bhuta) con la vita. I tre Dosha sono Vayu (il movimento), Pitta (l’energia) e Kapha (la sostanza): essi dominano tutte le funzioni dell’organismo.

La respirazione è determinata da Vayu o, per essere precisi, da quella specializzazione di Vayu localizzata principalmente nel torace e nel cuore; altre specializzazioni di Vayu determinano il movimento dei fluidi, delle membra, dell’urina, del cibo ingerito, ecc.

Vari fattori influenzano i tre Dosha, causandone l’aumento o la diminuzione e ponendo in questo modo i presupposti per uno squilibrio che può sfociare in malattia. I fattori più importanti sono l’alimentazione, il clima, la stagione, le abitudini di vita.

Essendo l’Universo in tutte le sue manifestazioni composto dagli stessi elementi dei tre Dosha, la prevalenza di alcuni elementi nel cibo o nell’ambiente può causare un eccessivo accrescimento di uno dei tre Dosha.

Tra questi fattori in grado di alterare l’equilibrio hanno una particolare influenza su Vayu la soppressione degli stimoli corrispondenti ai bisogni immediati del corpo, l’eccessivo sforzo fisico, il consumo esagerato di cibi che aumentano Vayu, come quelli di sapore amaro e piccante. I danni del Vayu del torace si ripercuotono direttamente sulla respirazione, alterandone il ritmo e la profondità.

Nella medicina ayurvedica la fisiologia e la patologia del respiro rientrano nella visione generale della teoria dei tre Dosha, del concetto di salute e di malattia; nello Yoga, invece, la respirazione e il suo controllo hanno un significato particolare e sono oggetto di una specifica trattazione, nota come pranayama.

Questo termine, spesso interpretato come “controllo della respirazione”, significa in realtà controllo del prana: prana è l’energia universale nella sua accezzione più vasta e anche nella sua manifestazione a livello dell’organismo vivente. Il controllo della respirazione praticato nello Yoga è solo il primo passo per giungere al controllo del prana e delle sue sottili correnti all’interno dell’organismo.

La pratica del pranayama non è dunque una ginnastica respiratoria per migliorare la funzione polmonare, anche se indubbiamente comporta benefici per la salute, ma è una tecnica particolare che mette in moto meccanismi riflessi normalmente assopiti e va a toccare le correnti del prana, il corpo sottile, che nell’uomo comune sfugge al controllo cosciente.

Per questo il pranayama non va mai assolutamente praticato seguendo le istruzioni di un libro e senza la supervisione di un maestro. Dice Swatmarama nell’Hathapradipika: “Con una corretta pratica del prnayama si eliminano tutte le malattie. Se la pratica è errata può insorgere ogni sorta di disturbi”.

Egli specifica, inoltre, che la pratica errata causa una serie di disturbi del Vayu, alcuni a carico del sistema respiratorio, altri causati dal localizzarsi di Vayu in sedi non sue proprie, e a questo argomento dedica addirittura un intero capitolo.

Per praticare il pranayama i tre Dosha devono essere in equilibrio: se non lo sono, vengono indicate delle pratiche purificatorie preliminari. Inoltre devono essere padroneggiate alcune asana (posizioni) e la tecnica dei bhanda, essenziale per non lasciar sfuggire al controllo l’energia che si va a smuovere.

Esistono però degli esercizi respiratori preliminari, che non vanno a incidere sulle correnti del prna o lo fanno minimamente, e che possono essere praticati tranquillamente: si tratta del respiro profondo e del respiro a narici alternate. La tecnica del pranayama vero e proprio, infatti, consiste nella sospensione del respiro in qualche punto del ciclo inspirazione/espirazione e nel progressivo allungamento e nella manipolazione di questa pausa, detta in sanscrito Kumbhaka.

L’essenza e i rischi del pranayama stanno nella sospensione del respiro: se una pausa di alcuni secondi è fisiologica e innocua, il suo progressivo allungamento, come previsto nel pranayama, scatena riflessi cardiovascolari e modificazioni fisiologiche profonde.

Preliminare al pranayama, inteso nel suo significato più ristretto di controllo della respirazione con Kumbhaka, è l’acquisizione della padronanza delle componenti del respiro: inspirazione, espirazione, ritmo, muscolatura respiratoria. Questi esercizi respiratori non sono dissimili da quelli già descritti e, insieme al respiro a narici alternate, possono essere eseguiti tranquillamente.

Ma tutti gli altri tipi di esercizi vanno eseguiti sotto la supervisione di un maestro che prima valuti l’idoneità dell’allievo e la sua padronanza delle asana di base, e poi insegni i bandha e spieghi le tecniche respiratorie, controllando che vengano eseguite in modo appropiato.

Respiro profondo

Esso è molto simile al respiro diaframmatico, in cui all’inspirazione il diaframma viene spinto verso il basso, espandendo così la porzione inferiore dei polmoni. Nella respirazione Yoga, però, l’addome non deve gonfiarsi cedendo completamente: la parte addominale deve essere tonica e non rilasciata.

L’unico modo per eseguire il respiro diaframmatico come prescritto dallo Yoga, con la parete addominale tonica e non contratta, è di sviluppare la muscolatura con le appropiate asana. Una volta rinvigorita la muscolatura addominale, si può facilmente imparare a mantenerla tonica la punto giusto, con l’aiuto di un maestro che ne controlli la resistenza.

Il respiro profondo eseguito in questo modo non solo dà beneficio ai polmoni, che vengono espansi completamente, ma spingendo in basso il diaframma contro una parte consistente massaggia gli organi interni rinvigorendoli.

Nadi Sodhana: respiro a narici alternate

Questo esercizio consiste nel respirare prima da una narice, poi dall’altra, alternando destra e sinistra. Poiché non comporta la sospensione del respiro tra i due cicli, non è pranayama; va però a toccare le correnti del prana e si deve quindi eseguirlo con prudenza, senza sforzo, per pochi cicli respiratori ogni volta.

L’esercizio va eseguito seduti in una posizione comoda: la colonna vertebrale deve essere ben dritta, con testa, collo, segmento toracico e lombare in asse l’uno sull’altro. Il braccio sinistro viene tenuto dritto, col polso appoggiato al ginocchio, la mano destra chiude alternativamente l’una o l’altra narice: indice e medio sono ripiegati, il pollice agisce sulla narice destra mentre anulare e mignolo agiscono sulla sinistra.

Iniziare espirando da ambedue le narici, poi chiudere col pollice la destra e inspirare dalla sinistra. Liberare la narice destra, chiudere la sinistra leggermente con anulare e mignolo, espirare e inspirare profondamente con la narice destra; invertire la pressione delle dita, espirare e inspirare con la sinistra.

E così via, espirazione-inspirazione da una narice seguita da espirazione-inspirazione dell’altra. Ripetere tre cicli di espirazione-inspirazione. Con la pratica l’attenzione sarà sempre meno focalizzata sul movimento delle dita, che diventerà automatico, e potrete concentrarvi sul ritmo del respiro, cercando di regolarizzarlo e di espirare e inspirare nello stesso lasso di tempo.



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Pubblicato 19/11/2018 da Fabrizio Artelli nella categoria "Medicina Naturale

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