Ottobre 30 2019

Sclerosi multipla: Aspetti psicologici, psichiatrici e psicosociali

La sclerosi multipla è una patologia cronica, progressivamente invalidante, che sorge in modo imprevedibile in soggetti di età generalmente compresa tra i 20 ed i 40 anni, nel pieno della loro vita.

Per queste ragioni può essere considerata una delle malattie più destrutturanti non solo sotto il profilo fisico ma anche sotto quello psicologico. Mentre il quadro clinico relativo ai disturbi fisici della malattia è noto da molto tempo, le implicazioni a livello psicologico e psicosociale sono state oggetto di un serio approfondimento solo nel corso degli ultimi quindici anni.

Le ripercussioni a livello emotivo si manifestano con la comparsa di numerose azioni; rabbia, sfiducia, ansia e depressione sembrano essere le modalità più comuni di risposta immediata agli eventi maggiormente stressanti correlati alla patologia, quali l’esordio dei sintomi, la comunicazione della diagnosi, l’ospedalizzazione, l’incertezza dell’evoluzione ed il progressivo accumulo di disabilità.

Come è stato sottolineato più volte il soggetto colpito è spesso una persona giovane che sta cercando di realizzare i propri progetti esistenziali e che all’improvviso si trova a dover affrontare uno stato di malattia e a dover iniziare un processo di adattamento emotivo che potrà essere complesso e continuamente ridefinibile per la caratteristica di imprevedibilità della SM.

L’evento malattia, quindi, comporta la necessità di ridefinire il percorso della propria vita e ha notevoli ripercussioni in ogni ambito, familiare, sociale, lavorativo e relazionale. La patologia determina un’alterazione dell’immagine corporea associata a vissuti di perdita e a sentimenti di intensa frustrazione e di diversità.

La presa di coscienza delle proprie limitazioni, imposte dal decorso della malattia, genera di frequente processi di dipendenza, passività, isolamento e inibizione. La SM modifica lo status sociale del malato e le sue attitudini lavorative obbligandolo a riconsiderare il suo ruolo all’interno della società. Il drastico ridimensionamento delle proprie prestazioni o a volte la semplice dichiarazione di malattia ha notevoli ripercussioni in ambito lavorativo.

Sono situazioni comuni impieghi part-time o addirittura la disoccupazione. Le statistiche riportano che dopo 10 anni dall’esordio della malattia solo il 50% dei soggetti con SM mantiene il posto di lavoro. La malattia colpisce anche le relazioni sociali. Si assiste inevitabilmente ad una progressiva modificazione dell’assetto familiare determinata dalla necessità di sostituire il paziente in compiti e ruoli non più assolvibili. Le nuove dinamiche sembrano essere strettamente correlate alle relazioni affettive preesistenti alla malattia. In particolare quest’ultima sembra amplificare problematiche e difficoltà già vigenti.

Anche la vita di coppia è coinvolta: man mano che aumenta la disabilità è necessario ridistribuire compiti e responsabilità tra i partner. In generale le persone con SM hanno minori possibilità di intrattenere una relazione sentimentale o di sposarsi, specialmente se sono giovani, poiché l’invalidità altera la percezione di sé e degli altri e la sessualità.

A queste importanti conseguenze della malattia se ne aggiungono altre tra le quali merita senz’altro un approfondimento l’alta incidenza di problemi psichiatrici. I disturbi psichiatrici rilevati in corso di SM sono numerosi, e comprendono: depressione, disturbi bipolari, psicosi paranoidi, disturbi di personalità, disturbi somatomorfi e del controllo emozionale.

L’analisi focalizzata prevalentemente sui disturbi dell’affettività, in particolare di tipo depressivo, nonché sulla discussione in merito alla loro eziopatogenesi, ancora in corso, coinvolge essenzialmente due diverse posizioni riconducibili all’ipotesi patogenetica reattiva e all’ipotesi patogenetica biologica. Nel primo caso la patologia psichiatrica è attribuita a un meccanismo reattivo legato al carattere invalidante e imprevedibile della malattia neurologica. Tuttavia, numerosi studi clinici mostrano che la frequenza di depressione nei pazienti con SM è superiore a quella riscontrata in qualsiasi altra patologia cronica.

Tale affermazione trova conferma anche nell’alto tasso di suicidi rilevato tra i soggetti con SM. Sulla base di queste considerazioni è stata formulata la seconda ipotesi che, pur non negando la precedente, suggerisce una possibile correlazione tra danno parenchimale e patologia psichica. Si è potuto constatare che i pazienti con SM con esteso interessamento cerebrale hanno un maggior numero di episodi depressivi rispetto ai pazienti con SM con scarso coinvolgimento cerebrale.

In particolare, la frequente incidenza di depressione in corso di SM è stata riferita alla presenza di lesioni demielinizzanti del lobo limbico. Da un altro studio, infine, emerge, più in generale, come l’interessamento le lobo temporale sia più esteso nei pazienti affetti da SM con sintomi psichici rispetto a quelli non affetti da tale sintomatologia.

Alcune ricerche (Dalos & Rabins, 1983; cit in Canal et al. 1999), hanno evidenziato un significativo aumento dei disturbi depressivi in concomitanza con le ricadute cliniche. Questa frequente associazione può essere spiegata attraverso la formulazione di una nuova ipotesi, oltre alle altre due di cui ho parlato in precedenza, che suggerisce l’esistenza di una comune causa infiammatoria immunologica. Sulla base degli studi condotti in merito, al momento si può concludere che solo una complessa interazione tra molteplici fattori organici e di personalità sia in grado di spiegare l’alta frequenza di disturbi dell’affettività nei pazienti con SM.



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Pubblicato 30/10/2019 da Fabrizio Artelli nella categoria "Cronicità

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