Dicembre 18 2019

Principi biologici

Le impronte digitali sono costituite dai disegni che le creste papillari delle dita lasciano su un corpo allorché vengono a contatto con esso e costituiscono un mezzo sicuro di riconoscimento dal quale è possibile trarre vantaggio in ogni tempo; infatti, le impronte digitali, che si formano sin dal sesto mese di vita intrauterina, permangono costanti fino alla dissoluzione del cadavere.

Inoltre, esse variano all’infinito, dato che non riesce possibile riscontrarle in due o più individui in forme comuni, rilevando in ciascuno connotati propri; cosicché attraverso il procedimento di differenziazione e di uguaglianza consentono di pervenire ad una precisa identificazione. Queste nozioni, accettate sin dai tempi più remoti, sono oggi universalmente accolte nel campo scientifico e in tutti i Paesi se ne fanno quotidiane applicazioni con risultati proficui, soprattutto quando i sistemi di rilevazione e di confronto sono stati perfezionati e l’organizzazione degli uffici specializzati ha reso più sollecite le ricerche e le singole operazioni.

Se il metodo dattiloscopico rappresenta il mezzo di identificazione personale per eccellenza, può tuttavia accadere di dover ricorrere, in mancanza di impronte digitali, ai cosiddetti metodi alternativi, i quali, anche se non di eguale valenza, possono parimenti offrire elementi utili per pervenire all’identificazione di un determinato soggetto.

Tra questi metodi vanno annoverati: la ricerca del DNA; il segnalamento antroposomatico; l’analisi della voce e l’analisi grafica. Il metodo identificativo che, dopo quello dattiloscopico, ha assunto, nei tempi recenti, una vasta applicazione nel campo della criminalistica forense, è quello che si basa sulla ricerca del DNA (impronta genetica).

Così come ognuno di noi porta sui polpastrelli delle dita impronte individuali e riconoscibili, allo stesso modo esiste nel DNA (acido desossiribonucleico) una personalissima serie di segni permanenti che permettono di distinguere quella persona da ogni altra. L’impronta genetica presenta circa trenta miliardi di possibili combinazioni diverse, e questo significa che, in concreto, vi è una sola possibilità su trenta miliardi di trovarne un’altra uguale.

I polimorfismi del DNA esistono nel nucleo dei globuli bianchi e degli spermatozoi, e in genere in tutte le cellule nucleate dell’organismo; essi possono essere ricercati nelle tracce di sangue, di sperma, di saliva e di capelli, purché questi ultimi non siano privi di bulbo. La possibilità di individuare, classificare e riconoscere l’impronta del DNA di una persona si basa sul fatto di riuscire ad individuare alcune delle caratteristiche genetiche, assolutamente individuali, contenute in una grande molecola, che riguardano appunto i caratteri ereditari di ogni singola persona.

In campo giudiziario, i problemi principali di un’analisi genetica sono legati sostanzialmente alla quantità e alla qualità del materiale proveniente dalla repertazione. I reperti biologici, infatti, per poter essere utilizzati per la ricerca del DNA devono essere repertati in quantità sufficiente, seguendo particolari accorgimenti e adeguatamente conservati fino al momento delle analisi.

Per quanto concerne la quantità da repertare vi è da osservare che con l’utilizzo della recente metodica della PCR (Polymeras Chair Reaction) si è ora resa possibile l’identificazione genetica anche da piccolissime tracce, per cui è buona norma repertare, in sede di sopralluogo, anche quelle tracce che a prima vista potrebbero sembrare troppo piccole o trascurabili.



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Pubblicato 18/12/2019 da Fabrizio Artelli nella categoria "Criminologia

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