Gennaio 5 2020

Arte Anatomica nell’era digitale

La sfida affrontata dagli illustratori di anatomia è cambiata radicalmente dall’avvento della medicina moderna. I grandi illustratori anatomici dal Rinascimento al XVIII secolo, in linea di massima, si consideravano dei produttori di immagini, impegnati più o meno fedelmente a registrare ciò che vedevano.

Tra lo scheletro di Vesalio che riflette su un teschio umano e lo scheletro di Albinus che contempla un rinoceronte ci sono duecento anni di immagini ricche di elementi visivi che risulterebbero non solo inutili, ma anche una vera e propria distrazione per uno studente di medicina o un medico praticante.

Per essere presi sul serio come strumenti educativi o diagnostici, quindi per soddisfare le esigenze del crescente establishment medico dei tempi moderni, le illustrazioni anatomiche avrebbero dovuto raggiungere un più alto grado di precisione, una qualità che può essere misurata in modi diversi. Di certo, l’accuratezza scientifica richiede una maggiore precisione nella rappresentazione, nonché il sacrificio di valori artistici quali la composizione e la proporzione, chiarezza, non espressività, e una forte concentrazione sulle parti che dovevano essere padroneggiate dallo studente, eliminando gli elementi di distrazione.

Tali fattori spiegano la popolarità diffusa nella seconda metà del XIX secolo di atlanti anatomici come quello di Gray, che un artista potrebbe considerare semplice e poco interessante.

In un senso più profondo, l’accuratezza richiedeva una modalità di visualizzazione 3D migliore rispetto a quella raggiunta dagli anatomisti che lavoravano insieme agli artisti sin dal Rinascimento. Fin dall’inizio dell’arte anatomica, gli atlanti bidimensionali di anatomia hanno assunto il ruolo di pilastri nella visualizzazione e identificazione delle caratteristiche del corpo umano, nonché nella comprensione delle relazioni tra tali caratteristiche.

Non vi è dubbio che siano stati compiuti enormi progressi, dai primitivi lembi di carta usati nel tardo Medioevo per mostrare come fossero gli organi sotto la pelle, alle straordinarie prospettive assonometriche di organi, sistemi e cavità corporee padroneggiate dagli artisti del XIX secolo, a seguito di un’impegnativa formazione tecnica. Questo perché, in parte, ogni secolo che seguì portò a tecniche di rappresentazione più innovative, in modo che la comprensione dell’anatomia umana avanzasse, come infatti accadde. Praticamente, ogni strategia che in seguito sarebbe stata utilizzata nel mondo del digital imaging del XX secolo per ritrarre un’immagine 3D su una superficie piana, era già stata sviluppata da artisti che lavoravano prima del XX secolo. E’ interessante notare, a questo proposito, che persino la vista in sezione trasversale del corpo umano, oggi familiare grazie a TC e a MRI, era stata anticipata da alcuni atlanti di anatomia che consistevano in disegni di sezioni trasversali congelate di cadaveri umani. Praticare il sezionamento seriale di un esemplare e vederlo al microscopio era il modo classico di studiare la patologia.

Pochissime delle immagini, tuttavia, sarebbero adeguate alla moderna formazione medica e, per definizione, nessuna sarebbe una guida affidabile per un medico o un chirurgo intento a prendersi cura di un paziente specifico. La soluzione a questo problema richiedeva che l’illustrazione anatomica, così come tanto altro nel mondo moderno, passasse sotto il controllo delle macchine piuttosto che della mano e dell’occhio soggettivo dell’uomo.

Nel XIX secolo, come primo passo verso questa evoluzione, furono introdotti atlanti basati su fotografie scattate durante la dissezione di cadaveri. La complessa natura della realtà rappresentata in queste fotografie portò a un risultato interessante: le fotografie erano spesso troppo ricche di dettagli per consentire agli studenti di vederne le caratteristiche importanti. Ciascuna fotografia veniva spesso ricalcata o accompagnata da rappresentazioni fatte a mano dalla stessa scena, al fine di migliorarla o addirittura consentirne la comprensione.

J.C. Boileau Grant, un anatomista della metà del XX secolo descrisse un metodo comune nella prefazione del suo Atlas of Anatomy del 1943: “Ogni preparato è stato fotografato; dal negativo così allestito è stata ottenuta una stampa ingrandita di un terzo rispetto a quella che risulta nella riproduzione; dalla stampa sono stati ricalcati su carta trasparente i margini di ogni struttura, con l’ausilio di un visore; questi disegni sono stati confrontati con il preparato originale per garantire l’esattezza della forma, della posizione e delle proporzioni relative delle diverse strutture.

Il ricalco di questi margini è stato quindi affidato al disegnatore, il quale le ha riportate su carta adatta e, avendo a fianco la dissezione originale, ha provveduto ad allestire una raffigurazione plastica comprendente gli elementi più importanti del preparato. In tal modo le illustrazioni riportano con assoluta fedeltà le strutture anatomiche le quali conservano una notevole precisione anche nei dettagli”.

Se lo scopo era quello di insegnare agli studenti a identificare una struttura anatomica, una copia semplificata ricalcando i tratti salienti di una fotografia era probabilmente preferibile al disegno a mano libera di un artista, anche se un profano avrebbe potuto trovarla più noiosa da guardare; tuttavia, la terza dimensione necessaria era ancora assente. Questa svolta dovrà attendere l’invenzione di tecniche di visualizzazione meccanica capaci di rendere la realtà in 3D piuttosto che in 2D. La raffinatezza di queste tecniche è stato uno dei molti trionfi della medicina del XX secolo.

… Raggi X



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Pubblicato 05/01/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Storia

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