Gennaio 23 2020

Pandemie

Da sempre l’uomo convive con fenomeni patologici di massa che investono con grande rapidità l’intera popolazione. Lo stesso vivere insieme permette la simbiosi di fatto dei batteri e dei virus tipici di quella popolazione umana con gli esseri umani stessi.

La prima pandemia, che veniva, lo sappiamo oggi, dalla Cina, della storia recente è quella del 1918-’19, di influenza, che fece ben 50 milioni di morti nel mondo, in 15 mesi e in tre ondate successive, che colpivano coloro che si erano immunizzati, sopravvivendo, alle variazioni precedenti dello stesso virus che, essendo in rapidissima evoluzione, presenta una evoluzione darwiniana rispetto al suo ambiente d’attacco che nessun altro organismo multicellulare, nemmeno i batteri, può superare in rapidità.

Tutte le pandemie, dalla “spagnola” del 1918-1919 alla SARS e alla “aviaria” vanno a ondate, e rispecchiano, secondo i calcoli della “teoria delle popolazioni”, la quota di immunizzati totali, parziali, e la velocità relativa di variazione del virus che è maggiore quanto maggiore è la popolazione che lo “ospita” infettandosi.

E’ probabile che, nello shock da modernizzazione-globalizzazione, tutti gli aspetti negativi per la salute si presentino quasi contemporaneamente alle popolazioni, e questa compresenza di tutti i fattori di rischio rafforzi sistemicamente e simultaneamente tutti, appunto, i fattori di rischio.
Le pandemie e le epidemie sono gestibili sulla base di una comunicazione di massa semplice e ormai globale, con alcune semplici regole di igiene che proibiscono alcune cose e ne consigliano altre: l’igiene personale, per esempio, anche dove non c’è acqua può essere sostituita da altre sostanze, che le ONG possono cedere a modicissimi costi per i loro supporter pubblici e privati.

E certamente la regionalizzazione della comunicazione, la possibilità, che i new media hanno, di raggiungere ogni angolo del mondo ma selezionando i messaggi e i codici, è una opportunità da non sprecare per evitare le future, e molto probabili, pandemie ed epidemie, che si origineranno dalla parte più sviluppata del Terzo Mondo (quella che subisce gli stress alimentari ed ecologici maggiori) per arrivare a noi, e da noi diffondersi, con effetti ancor più devastanti, nei paesi del Terzo Mondo non ancora in fase di “decollo”.

“La priorità è scoprire quale animale trasmette il coronovirus all’uomo”. Soluzione vicina: secondo uno studio pubblicato dal Journal of Medical Virology, sarebbe il serpente l’animale selvatico all’origine della epidemia di polmonite nata in Cina e che si sta diffondendo velocemente nel Sud Est Asiatico e non solo (ultimo caso registrato a San Pietroburgo, un Russia).  (Libero news)

Non si può negare dunque che certe notizie abbiano un impatto molto forte sul pubblico: basti pensare che in America è stato coniato il termine Fearbola, proprio per indicare il panico suscitato dalla notizia della diffusione della malattia da Ebola. 

Per comprendere al meglio cosa succede durante questi periodi di allarmismo, ci viene incontro la psicologia della percezione, in particolare della percezione del rischio.

Secondo vari studi, alcuni dei quali svolti proprio in merito alla notizia del rischio Ebola, durante la diffusione delle notizie di possibili epidemie, vengono toccati dei tasti particolarmente sensibili della nostra percezione: ci viene infatti riferito che può essere fatale, invisibile e difficile da proteggere, che l’esposizione è involontaria e che non vi è un chiaro controllo della situazione da parte delle autorità.

In tutto questo un ruolo chiave è svolto dalla nostra amigdala: quella parte del cervello coinvolta sia nell’attivazione della paura che nell’elaborazione della novità. Questo spiegherebbe come mai la paura sia più sentita verso malattie a noi estranee, rispetto a malattie per noi più familiari. Vi siete mai chiesti perché l’influenza, causa comunque di numerosi decessi, non sia temuta quanto la Sars di turno? In realtà, spiegano gli esperti in psicologia della percezione del rischio, l’effetto ottenuto sugli individui non è lo stesso poiché l’influenza è per questi familiare e conosciuta, così come familiari ci sono tutte quelle persone che hanno avuto l’influenza ma adesso stanno bene.

Quali sono i suggerimenti che gli esperti in psicologia della percezione del rischio ci danno? Prima di tutto una tempestiva ed onesta comunicazione da parte di una fonte ritenuta credibile dal pubblico: i governi dovrebbero avere il duro compito di spiegare i rischi alla gente e dire cosa va fatto, senza creare allarmismi. Inoltre i media dovrebbero diventare un grande alleato nella diffusione di informazioni utili e precise: spiegare in modo preciso e concreto come proteggere la propria salute è un metodo efficace per ridurre l’ansia e lo stress nelle persone preoccupate dalla diffusione di un’epidemia. In questo caso le immagini delle azioni da svolgere per evitare il contagio sono molto potenti: quando si usa la parte più primitiva del cervello, infatti, gli input visivi sono più efficaci degli stimoli di ordine superiore.

Piano Nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale –pdf – 

 



Copyright Afis 2020. All rights reserved.

Pubblicato 23/01/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

Riguardo l’Autore

Psicologo e Psicoterapeuta Tel.: 375.544.1862 (per appuntamento)