Gennaio 27 2020

Sistema di supporto vitale

Niente dovrebbe essere considerato più importante delle informazioni. Conosci il nemico e conosci te stesso; in cento battaglie mai sarai sconfitto“. 

Sun Tzu, L’arte della guerra

L’ergonomo Melchiorre Masali e la ricercatrice Irene Lia Schlacht, antropologi, collaborano con la Nasa per l’allestimento del sistema di supporto vitale della Stazione spaziale internazionale chiamato Environmental Control & Life Support System (ECLSS). Il sistema provvede a controllare l’atmosfera interna, la pressione, il livello di ossigeno, l’acqua e la presenza di eventuali fiamme libere.

Lo scopo non è solamente quello di mantenere stabili le condizioni abitative degli astronauti, ma anche di garantire un ciclo chiuso per la raccolta, l’elaborazione e il mantenimento degli scoli; per esempio, ricicla i fluidi dei servizi igienici e condensa il vapore acqueo.

L’anidride carbonica viene rimossa, mentre filtri a carbone attivo riciclano i sottoprodotti del metabolismo umano (metano dagli intestini e ammoniaca dal sudore). L’ossigeno è ottenuto dall’acqua riciclata tramite elettrolisi. L’atmosfera artificiale è simile a quella che si ha sulla Terra a livello del mare, evitando l’ossigeno puro che è a rischio incendi (così morì l’equipaggio dell’Apollo 1).

Masali e Schlacht si propongono il problema delle persone che abitano la stazione; migliorano il loro confort, le abilità percettivo-decisionali e la serenità psicologica, perfezionando attraverso il fattore umano un sistema olistico che già appare correttamente pianificato e messo in opera. Durante un incontro, gli antropologi evidenziarono come il modulo di sussistenza sia in grado di garantire protezione assoluta contro raggi cosmici, radiazioni, meteoriti, inquinamento e ogni altra sorta di catastrofi.

Inoltre, gli astronauti-scienziati dispongono di una strumentazione interna in grado di raccogliere ogni dato sensibile dallo spazio esterno e comunicarlo a grandi distanze. Di conseguenza è stato proposto alla Nasa l’allestimento di moduli analoghi per le catastrofi terrestri. L’idea era quella di trasportare il sistema di supporto vitale e di ricerca in zone colpite da un disastro (terremoti, eventi nucleari, biologici, tsunami, eruzioni vulcaniche ecc.): quattro scienziati (questa è l’ipotesi testata nel modulo Orion), perfettamente al sicuro e autosufficienti (dall’acqua all’energia), sarebbero stati in grado di inviare tutti i dati necessari per pianificare gli interventi di controllo e successiva bonifica. Un bel piano.

Fu chiesto agli scienziati se era previsto un meccanismo di comunicazione vocale con l’esterno. Non lo era. Allora fu descritto lo scenario in cui una popolazione disastrata vede arrivare un modulo spaziale adattato alla vita terrestre, perfettamente ermetico, all’interno del quale alcuni individui riescono certamente a sopravvivere: per conquistare quel livello di sicurezza, le persone cercherebbero di fare a pezzi il modulo e ucciderebbero anche gli scienziati, a meno che questi non siano in grado di negoziare direttamente la loro presenza.

Il fattore umano. Secondo i ricercatori è una disciplina che “tiene conto di tutti i fattori correlati alla vita dell’essere umano”. Alla Nasa si sono scordati della disperazione di massa e di un altoparlante. Il piano è stato sospeso.



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Pubblicato 27/01/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

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