Aprile 3 2020

Terapie soft

La terapia più indicata per evitare tempestivamente l’insorgenza della PTSD è l’insieme delle tecniche del Psychological First Aid (PFA) o primo soccorso psicologico. Creato dall’esperienza di importanti organizzazioni internazionali, il PFA è una procedura ancora giovane, ma già supportata e riconosciuta quasi universalmente, sia in ambito civile sia militare.

Consiste in un approccio empatico al superstite, per aiutarlo a ridurre lo stress conseguente a un evento traumatico, ripristinando il più velocemente possibile le sue capacità di adattamento a breve e a lungo termine. I protocolli di alcuni dei centri di studio per il PFA più conosciuti, come la NCTSN e l’istituto John Hopkins, convergono nel suggerire le seguenti linee guida di intervento:

Agire in sicurezza

Protocollo comune anche ai soccorritori e ai paramedici; il nostro intervento, specie se in una zona ancora a rischio, deve essere intrapreso solo ed esclusivamente con il presupposto di base che non stiamo correndo pericoli gravi.

Stabilire una priorità dell’intervento (triage) per capire subito chi ha bisogno con più urgenza del nostro aiuto.

Può essere basato sull’evidenza o sui fattori di rischio. Se è basato sull’evidenza, stabiliremo su chi intervenire per primo sulla scorta del suo comportamento manifesto. Nel triage basato sul rischio, valuteremo – in una sorta di anamnesi del paziente – tre parametri fondamentali: 1) se ha visto cadaveri umani o se pensava che sarebbe potuto morire; 2) se è stato separato dai famigliari; 3) se ha subito traumi fisici con shock conseguente.  E’ utile integrare i dati di un approccio con quelli dell’altro.

Creare empatia e stabilire un rapporto umano immediato.

E’ fondamentale per permettere alla persona di aprirsi, sentirsi al sicuro e accettare di essere aiutata.

Ascoltare attivamente il sopravvissuto

Ogni esperienza è diversa e ogni individuo è unico, ma essere ascoltati da una persona che si interessa alle condizioni e alle esperienze vissute è di fondamentale importanza per il sopravvissuto. Capire che c’è qualcuno che si sta prendendo cura di noi ci fa sentire accettati e compresi e quindi è più facile aprirsi e collaborare attivamente per ottenere l’aiuto offerto da un soccorritore.

Cercare di capire le esigenze pratiche immediate del sopravvissuto

Osservando la nota piramide di Maslow sulla gerarchia dei bisogni, alla sua base troviamo le esigenze fisiologiche, come il cibo, l’acqua, il riposo. Una volta che queste esigenze di base sono state soddisfatte, la persona soccorsa potrà essere più disposta a ricevere il nostro aiuto.

Valutazione della risposta psicologica all’evento.

Capire le condizioni psicologiche del soggetto, cercando di valutare la portata dell’impatto dell’evento e il modo migliore per poter intervenire.

Stabilizzare le risposte emotive più acute aiutando il soggetto con tecniche di respirazione e rilassamento o derivate dalla mindfulness o dalla terapia cognitivo-comportamentale.

In breve, le regole sono: 1) ascoltare, creare empatia e dimostrare attenzione genuina ai problemi del soggetto aiutato; 2) non effettuare per nessuna ragione alcune diagnosi; 3) nei casi di comportamenti più estremi o tendenzialmente pericolosi per sé o per gli altri, suggerire e facilitare l’aiuto di uno psicologo. Soprattutto occorre non esaurire le nostre risorse di soccorritori, renderci le pause di riposo necessarie: il nostro aiuto può essere prezioso ma, per aiutare adeguatamente, anche le nostre esigenze fisiologiche hanno un peso, e il riposo è tra le più importanti.

Se questo tipo di intervento non avvenisse in tempo o non fosse sufficiente a stabilizzare la risposta psicofisica, le terapie più adatte possono variare da quella cognitivo-comportamentale classica alla semplice ma efficace mindfuness (consapevolezza dei propri pensieri, motivazioni e azioni) riportata in Mental Survival, o alla nuovissima, ma straordinaria, Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR).

Quest’ultimo approccio terapeutico permette di rendere le riproduzioni dolorose del trauma (i ricordi persistenti) come qualcosa che appartiene al passato e, quindi, non più angosciante. Si tratta di una sorta di innovativo training autogeno che si innesca inducendo nel paziente – tramite una tecnica ipnotica specifica che utilizza le mani – rapidi movimenti oculari. Il fatto interessante è che l’EMDR non richiede esposizioni verbali e neppure necessariamente la solita fiducia nel terapeuta (che qui può essere anche solo considerato un tecnico). Eccetto che per la mindfulness, in tali terapie è ovviamente importante l’intervento di un professionista esperto e specializzato in questi disturbi traumatici, a volte gravissimi e pericolosi sia a livello individuale sia sociale.



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Pubblicato 03/04/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

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