Maggio 9 2020

Informazione e ruolo dei mass media

Se diamo per scontato che l’emozione della paura e il panico si diffondono attraverso il rumoreggiamento nei gruppi e nelle masse, lo stesso possiamo dire a proposito degli effetti determinati da un’informazione rumorosa, spesso fuorviante e che gioca, talvolta drammaticamente, tra il reale e l’immaginario.

Le voci, il “rumore” e, quindi, il ruolo dei mass media, hanno un peso notevole sulla comparsa del panico nelle situazioni di emergenza: un’informazione distorta, approssimativa, talvolta errata e spesso tendente a spettacolarizzare l’evento, contribuisce a generare paure collettive, panico di massa, manifestazioni comportamentali irrazionali ed incontrollabili che causano disordine ed impantanano la capacità decisionale. Non è raro, infatti, che siano i mass media ad amplificare le paure della comunità attraverso la divulgazione di notizie distorte in funzione di interessi commerciali, politici, di potere.

Non dimentichiamo, inoltre, le cosiddette “catastrofi informative”, cioè quegli eventi che hanno in sé le caratteristiche dell’emergenza e che trovano nei media il veicolo per la loro definizione e divulgazione (basti pensare al disastro nucleare di Chernobyl, i cui effetti catastrofici sul nostro Paese non sono stati determinati da manifestazioni evidenti delle conseguenze, ma dai processi comunicativi che si sono innescati).

Il ruolo dell’informazione, perciò, risulta centrale: le reazioni emotive all’evento catastrofico vengono fortemente orientate dal tipo di informazioni fornite, dalla loro correttezza e dal momento della loro divulgazione, dallo stile comunicativo utilizzato. L’informazione incide sulla percezione e valutazione dell’evento che, insieme alla percezione e valutazione di sé ed agli aspetti relazionali legati alla sfera intima e sociale, rappresenta uno degli elementi che maggiormente incidono sulla modalità di fronteggiare l’esperienza negativa del disastro.

Il fenomeno delle voci e della precipitazione furono, lo ricordo, l’aspetto più rilevante nella dinamica dell’invasione dei marziani annunciata da Orson Welles: l’annuncio di colonne di newyorkesi in fuga verso l’uscita a nord della città, spinse centinaia di migliaia di persone in marcia verso la stessa direzione. Attraverso un mezzo di comunicazione, la radio, era stato spettacolarizzato un evento, attivando uno stato di ansietà che facilmente era destinato a sfociare nel panico.

Un disastro e l’entità di un disastro, perciò, sono anche il risultato di processi comunicativi: spesso vengono romanzati, spettacolarizzati, distorti tanto dalla comunicazione verbale delle notizie che da quella non verbale dell’immagine, facendo leva sul registro dell’immaginario individuale e collettivo che, di frequente, è più terrifico della realtà.

L’immagine, per di più, sottolinea quanto il reale e la finzione siano inestricabili. E se da un lato l’immagine rientra nel diritto dell’informazione, è anche vero che il suo tempo reale, la possibilità di rivederla in qualsiasi momento e la sua spettacolarità rinforzano l’aspetto terrificante del disastro. In più, i recenti fatti storici e, perciò, pure massmediatici, ci mettono di fronte ad immagini che superano addirittura l’immaginario; e se l’immaginario è, di per sé, più terrifico della realtà, è facile comprendere il potenziale di risonanza emotiva attivato da tali “visioni”.

La situazione peggiora nel momento in cui i mass media riportano “voci” di pericoli imminenti. Allarmi su terribili minacce batteriologiche, epidemie apocalittiche, virus informatici che causano il panico in milioni di utenti, notizie di probabili attacchi terroristici che sembrano avere come unico obiettivo quello di allarmare la popolazione, immobilizzandola; notizie ed immagini di disastri che “bombardano” la nostra percezione, entrando nelle nostre case e nelle nostre rappresentazioni sociali.

Le dimensioni della comunicazione che bisogna considerare perché quelle che maggiormente ne determinano il grado di efficacia, sono la chiarezza del messaggio trasferito, la competenza nel fornire informazioni e la credibilità connessa al grado di fiducia nei confronti degli attori della comunicazione (leader politici nazionali e locali, la protezione civile, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine, gli scienziati e i tecnici, i giornalisti, i movimenti ecologisti, il Ministero della Salute, e quanti ancora incidono sulla percezione dei recettori dei messaggi).

In emergenza si registra la rapida crescita tanto della domanda di informazioni quanto della risposta: il tempo dell’emergenza è segnato dalla presenza di un’informazione che va oltre i livelli normalmente registrati. Tuttavia, tale situazione non è certo garanzia di contenimento dell’emergenza; infatti, l’eccesso di dati – così come l’assenza di informazioni – si rivela disfunzionale per i nostri modelli cognitivi.

Tra i suggerimenti forniti, l’importanza anche in questo caso di ricorrere ad interventi preventivi per evitare l’impennata della curva relativa alla domanda di informazione; allo stesso modo, la curva di risposta dell’informazione è funzione del processo di gestione della crisi e, in quanto tale, prevede una serie di interventi mirati a regolare l’efficacia della comunicazione. Nel tempo della “normalità”, perciò, bisognerà informare, sensibilizzare ed educare il sistema sociale rispetto alla fase di emergenza, perché è il momento in cui la comunità può apprendere e sviluppare capacità di analisi scevre da ansia, paura, panico, stress; in breve, prevenire significa sviluppare la cultura dell’emergenza.

Tra i fattori da tenere sotto controllo, il grado di interesse ad apprendere ed il livello di motivazione a prepararsi. Nella fase di emergenza, invece, la comunicazione dovrebbe essere orientata a rinforzare il controllo cognitivo, emotivo ed operativo del sistema sociale sulle situazioni in corso. E’ fondamentale che l’informazione “miri all’attivazione di meccanismi individuali e collettivi di autodifesa: prontezza di accesso a risorse esistenti, rafforzamento dei legami comunitari e societari, attivazione di energie individuali e collettive.

Tra le linee guida per una risposta efficace ai disastri, l’Home Office britannico ha incluso la formazione di un centro per i media sulla scena stessa del disastro, o nelle immediate vicinanze, in cui il lavoro di professionisti con una formazione adeguate sarebbe quello di orientare il lavoro dei giornalisti. Si comprendono, così, anche le direttive che l’Organizzazione Mondiale della Sanità fornisce riguardo alle modalità di distribuzione dell’informazione in caso di eventi traumatici, specificando la necessità di informazioni corrette, attendibili, tempestive e il più possibile precise sulla natura, le dimensioni e gli effetti dei fenomeni.

Interessante, pure, l’iniziativa della Carta di Perugia su informazione e malattia; si tratta, nello specifico, di un insieme di norme comuni di comportamento sull’informazione e la malattia per la tutela del cittadino nel momento della malattia. Alcune di queste norme riguardano la necessità di una più tempestiva e corretta informazione sulla natura degli effetti dei fenomeni stessi; di completezza e continuità dei flussi informativi; della realizzazione di spazi aggiuntivi riservati specificatamente alle informazioni relative al disastro; della messa a punto di un osservatorio sull’informazione nelle situazioni di emergenza e di allarme sociale, che si impegni a monitorare periodicamente la situazione e ad eventuali studi conseguenti.

Colpisce un altro dato: spesso nelle situazioni d’emergenza manca un’informazione scientifica che possa essere alla portata di tutti. Quanto detto deve farci riflettere, anche, sull’esigenza di formare i giornalisti circa le modalità comunicazionali più efficaci da adottare nelle fasi di emergenza. Una buona preparazione professionale per chi fa informazione sul campo, implica l’apprendimento ed il potenziamento di specifiche competenze in materia di comunicazione. Le politiche informative, più in generale, dovranno mirare a diffondere e rinforzare una cultura dell’emergenza, affinché la comunità tutta possa svolgere un ruolo attivo nella fase d’emergenza quanto nella prevenzione dei disastri e delle conseguenze di questi.

Uno studio condotto da Ballantyne e collaboratori, evidenzia come l’aumento della consapevolezza rispetto ad una situazione disastrosa, possa diminuire la percezione della necessità che la comunità avverte rispetto alla preparazione. E’ per questo che bisogna mirare a costruire e distribuire un’informazione che, oltre a chiarire la natura dell’evento catastrofico, sia finalizzata ad incrementare la preparazione operativa della comunità. Non è un caso, a tale proposito, che gli attori della comunicazione in fase di emergenza, la protezione civile raccolga una grossa ondata di fiducia da parte della popolazione: essa informa sul “cosa fare”, in termini di comportamenti e misure da adottare per far fronte alla situazione in corso. Sembra fondamentale, alla luce dei fatti, un lavoro d’interfaccia tra coloro che forniscono informazioni – più o meno scientifiche – e la comunità e le agenzie di risposta che devono assicurare efficacia operativa anche nelle situazioni del disastro.



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Pubblicato 09/05/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

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