Settembre 28 2020

Benzodiazepine ad alte dosi, l’abuso si diffonde tra medici e professionisti

Nel lavoro retrospettivo condotto dall’Unità di medicina delle dipendenze dell’Azienda ospedaliera uni­versitaria di Verona, i ricercatori hanno indagato l’impatto dell’abuso di ben­zodiazepine ad alte dosi, in oltre 1100 pazienti ammessi al centro, da gennaio 2003 a giugno 2018. Il primo dato che salta all’occhio è la percentuale di con­sumo di lormetazepam, principio atti­vo più comune tra i dipendenti da alte dosi di Bzd, abusato da oltre il 57% dei pazienti (630), nel 97,3% dei casi nella forma farmaceutica in gocce (contro i 13 casi da abuso di compresse). Seguito da lorazepam con l’11% (125), alpra­zolam 10% (111), zolpidem 9% (102), clonazepam 3% (37), bromazepam 3% (31), diazepam 2% (23), triazolam 2% (21) e un’altra benzodiazepina nel 3% dei casi (32).

La forma in compresse era invece quella più comune per le altre Bzd. Altro dato interessante è il pro­gressivo incremento dei consumatori di alte dosi di lormetazepam (sempre in base ai dati dell’unità di Verona), passa­ti da pochi numeri (3 casi) nel 2003 a oltre 70 nel 2018. Crescita molto mag­giore rispetto alle altre benzodiazepine.

Chi ne abusa? Spiega Stefano Tambu­rin, professore di neurologia all’Uni­versità degli Studi di Verona, autore dello studio: “Si tratta di persone che assumono anche una o tre boccette o scatole di benzodiazepine al giorno: dosi altissime, che può permettersi solo chi ha un reddito annuo molto eleva­to, considerando che sono farmaci in fascia C, a totale carico del cittadino”.

Tant’è che la popolazione afferente al centro, un policlinico ospedaliero pubblico che eroga prestazioni conven­zionate con il Servizio sanitario nazio­nale, ha un alto livello di scolarità ed è costituita in genere da professionisti con un’età media di 45 anni: “Al mo­mento ho quattro persone ricoverate – spiega Fabio Lugoboni, altro autore del lavoro e responsabile dell’Unità di medicina delle dipendenze di Verona – il massimo che la mia struttura può contenere: tra cui un anestesista, uno psichiatra e un medico di medicina ge­nerale”.

Non è una casistica rappresen­tativa come precisa, ma generalmente i medici rappresentano il 10-13% della popolazione totale. Il resto dei pazienti in carico è rappresentato da manager o persone che svolgono attività stressanti e di responsabilità, che assumono ben­zodiazepine per aumentare la presta­zione, eliminare l’ansia, la stanchezza o l’insonnia. Lugoboni precisa che il suo centro accetta solo persone che su­perano di cinque volte la dose massima indicata sul foglietto illustrativo, non meno.

Continua Tamburin: “I pazienti sono professionisti con responsabilità, ma con un profilo cognitivo devastante e una qualità della vita bassa. Sono così dipendenti dal farmaco che senza non riescono a muoversi e chiedono aiuto (soprattutto chi è mono-dipendente da Bdz ad alte dosi) quando si accorgono di non riuscire più a gestire la giornata o operazioni pratiche di lavoro, come un intervento chirurgico, o perché si sento­no schiavi del farmaco”.

Per persone come quella in carico al centro veronese, lungi dall’essere indi­viduate come addicted, i farmaci sono anche facili da reperire, come confer­mano i due ricercatori, complice la professione svolta (medici) e/o la pos­sibilità di viaggiare spesso per lavoro, cambiando continuamente farmacia. Tamburin precisa anche che il consu­mo abituale di alte dosi di benzodiaze­pine non comporta quasi mai rischi fa­tali di arresto respiratorio con overdose e decesso, come invece accade con altri sedativi tipo i barbiturici, ma può gene­rare problemi cognitivi.

Secondo uno studio attualmente in corso sempre presso l’Università di Verona, anche gli studenti di medicina sembrano avere la tendenza ad assumere benzodiaze­pine, oltre a sostanze per migliorare le proprie prestazioni cognitive: “C’è una richiesta di prestazione da parte della società che è molto elevata – aggiunge – così si inizia presto a prendere sostan­ze per aumentare la performance. È la strada più veloce, invece di migliorare le abitudini di vita”.

Come riportano gli autori del lavoro, il modello di regressione logistica mul­tivariata ha mostrato che la soluzione orale, la durata dell’abuso di Bzd e la prescrizione per i disturbi del sonno hanno aumentato il rischio di abu­so di lormetazepam rispetto ad altre Bzd. “La forma farmaceutica sembra favorire l’assunzione – commentano Tamburin e Lugoboni – e l’ipotesi è che le gocce agiscano più velocemen­te, poiché la soluzione alcolica facilita l’assorbimento. Il che generalmente favorisce tutte le dipendenze. L’alcol, inoltre, agisce sullo stesso recettore del­le benzodiazepine, quello del Gaba-A, ma in un sito differente, agendo in sinergia”.

La quantità di alcol assunta insieme a lormetazepam, con una boc­cetta, è pari a 20,5 g di alcol, come spie­ga Tamburin: fattore non trascurabile se si considera che la popolazione in esame può assumere anche tre boccette al giorno e che le linee guida del mini­stero della Salute raccomandano di in­gerire massimo 24 g di alcol al giorno per gli uomini e 12 g per le donne. La riflessione cui giungono i ricercatori è che forse si avrebbe una riduzione di di­pendenze da alte dosi di benzodiazepi­ne se fosse disponibile solo la forma in compresse di lormetazepam: “Magari poi i pazienti assumerebbero un altro farmaco – precisa Tamburin – ma al­meno si limiterebbe un prodotto che rischia di creare dipendenza”. 

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Pubblicato 28/09/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

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