Ottobre 6 2020

Psicologia spaziale

Che tipo di persone lanciare nello spazio? Gli psichiatri che furono chiamati, dall’Agenzia Spaziale più famosa al mondo negli anni Cinquanta, temevano che per fare l’astronauta sarebbero state selezionate le persone più bizzarre d’America: “avrebbero potuto essere impulsive, tendenti al suicidio, sessualmente aberranti”. Invece, con un pizzico di disappunto, furono sorpresi quando i test rivelarono individui “sani, professionisti equilibrati, capaci di assorbire fatiche e tensioni straordinarie”.

Gran parte delle persone, dei giornalisti, degli scrittori concepivano i viaggi stellari potenzialmente traumatici e rischiosi per i cambiamenti psicologici connessi. Sin dai primi anni Settanta divenne un luogo comune immaginare l’astronauta come un individuo impazzito e molta produzione holliwoodiana ha diffuso l’idea di una “malattia spaziale” caratterizzata da solitudine, disumanizzazione, esistenza claustrofobica futura tra le stelle.

Nel marzo del 1955, nessuna navicella spaziale era stata ancora costruita, ma la ricerca sui razzi a propulsione e i voli ad altitudini superiori dalla norma suggeriva che in pochi anni sarebbe venuto il momento del primo volo, così il generale brigadiere Don Flickinger compilò una lista di piloti dell’Air Force che avrebbero potuto diventare i primi esploratori dello spazio. “Stiamo cercando individui che siano degli ottimi osservatori, che dimostrino di essere razionali e ingegnosi in situazioni di forte tensione, che siano di ottima intelligenza, che tollerino trattamenti fisici di diversa intensità e che siano stabili, sereni, sicuri di sé”. In seguito questi criteri furono ridefiniti, considerando le potenziali ripercussioni psicofisiche delle missioni orbitali.

Infatti, alcuni medici dell’aviazione credevano che allontanarsi dalle famiglie o il venir meno di una rete sociale potesse avere effetti negativi sull’astronauta e che l’impossibilità, mentre fossero stati in orbita, di poter fumare, bere caffè o coca cola come pure di mangiare snack potesse essere psicologicamente dannoso. 

Conquest of Space è uno dei primi film degli anni Cinquanta che coltivano l’ipotesi del rischio psichico insito nei viaggi interstellari, il distacco dalla fede, la crisi spirituale, gli episodi psicotici transitori del personale di bordo. Soprattutto è il comandante dell’astronave che manifesta una violenta paranoia religiosa e mette a repentaglio le vite dei passeggeri. Questo genere di idee ebbero un profondo impatto al punto che i successivi ingegneri dei progetti aerospaziali, come il faustiano Wernher von Braun, dovettero rassicurare il pubblico con alcuni articoli dichiarando che i razzi inviati nello spazio non avrebbero colpito gli “angeli” e il desiderio dell’uomo di viaggiare nello spazio senza timore “non avrebbe causato la collera di Dio”.

La prima selezione per il progetto Mercury, così chiamato il piano di selezione dei primi astronauti, registrò 508 piloti provenienti dalla Navy, dall’Air Force e dai Marines. Il comitato di selezione composto da due dirigenti della Nasa, un chirurgo di volo e due psicologi scelse e classificò in un primo momento 110 piloti, poi diventarono per decisione della Nasa 69 che furono invitati a Washington per ulteriori test nel febbraio del 1959. Dopo uno step di valutazione, da 69 si passò a 32 finalisti che furono sottoposti da due psichiatri dell’Air Force, George Ruff e Ed Levy, ad una serie di test di valutazione della personalità molto popolari in quegli anni, tra cui il Test di Rorschach e il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI), una serie di esami militari standardizzati utilizatti per la selezione degli ufficiali e degli aviatori e una batteria di test di valutazione dello stress per controllare il funzionamento cognitivo sotto pressione (l’isolamento, il rumore assordante e altri disagi).

Tuttavia, i criteri guida delle valutazioni psicologiche implicavano un profilo di personalità quasi contraddittorio: l’autonomia combinata alla “buona volontà di accettare l’essere dipendenti dagli altri”, l’abilità a rispondere in modo sistematico “a situazioni sia prevedibili che imprevedibili”, la motivazione al successo “ma non per il desiderio di realizzazione personale”, essere in grado di sopportare passivamente situazioni molto stressanti e reagire “rapidamente quando necessario sebbene mai impulsivamente”. Nonostante il fatto che il pubblico immaginasse l’astronauta come un individuo patologicamente senza paura, Ruff e Shledon Korchin scrissero in seguito che questa impressione non fosse corretta. Gli uomini selezionati erano molto più preparati e responsabili di quanto potesse sembrare, erano ingegneri professionali sereni di lavorare con  macchinari molto pericolosi. La paura era quella di avere a che fare con degli adulti rimasti adolescenti “in cerca di brividi, che sperimentavano i viaggi supersonici per compensare le proprie disfunzioni sessuali“!

“Il gruppo di piloti non presentava alcun sintomo psicotico o di disturbo di personalità, […] al contrario erano felicemente sposati, padri di famiglie stabili con ottime capacità interpersonali e tenui tendenze ossessivo-compulsive”. Gli esaminatori sospettavano al contrario che molti aspiranti astronauti fossero tormentati da sentimenti di inadeguatezza e che l’occasione dei viaggi nello spazio desse l’opportunità di mostrare a se stessi le proprie qualità. Alla fine la Nasa impose che gli psichiatri valutassero la presenza di problemi psichici rifiutando qualsiasi proposta di identificare nel candidato quelle qualità che lo rendessero particolarmente adatto alla carriera dei voli spaziali. Così nel 1959, la Nasa terminò la ricerca selezionando 7 candidati finali. Nel complesso il lavoro di RuffLevy e Korchin ha rappresentato sino al 1987 il profilo psicologico standard di riferimento per gli astronauti.

Ciò che dovevano affrontare queste persone è difficile da immaginare. Prepararsi per essere lanciati in orbita e mettere alla prova quegli elementi della nostra vita fisica e mentale che sperimentiamo sin dalla nascita: lo spazio, il tempo, la forza di gravità, l’orientamento spaziale, le relazioni sociali, rasentando l’ideale stoico che Seneca ha descritto minuziosamente nelle sue lettere a Lucilio. Forse prima ancora dell’incredibile viaggio oltre l’atmosfera terrestre, sono la complessità delle macchine stesse ad impaurire.

E che dire del ritorno? La maggior parte degli astronauti si mostrava reticente alle richieste dei giornalisti di raccontare aneddoti o alle domande sui grandi interrogativi della vita. Potevano inoltre manifestare sintomi depressivi o stress post traumatico, per il lungo lavoro preparatorio e  per l’intensa impresa spaziale. Ma in generale recuperavano il loro ritmo di vita precedente alla missione. Ci sono stati casi di astronauti che hanno fatto uso di droghe, alcol, o hanno avuto problemi matrimoniali. Buzz Aldrin della missione Apollo 11 ebbe problemi di alcol e di depressione. Alcuni astronauti approfondirono i loro interessi spirituali o artistici. Ma i vari sintomi non furono uniformi e non degenerarono mai in malattie psichiche croniche e debilitanti. Nonostante le insistenze dei media, degli scrittori di fantascienza e del cinema, un giornalista del New York Time nel 1972 scrisse sugli astronauti che “per nostro sollievo, non sono cambiati, assomigliano di più a noi“.

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Pubblicato 06/10/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

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