Ottobre 27 2020

La psicopatologia da volo

Il termine “psicopatologia da volo” non sta a significare disturbi causati direttamente dall’attività del volo (eccetto alcuni casi), come se quest’ultima avesse proprietà patogene. Semmai è spesso vero il contrario, vale a dire che disturbi psicopatologici propri dell’individuo possono connettersi con l’attività del volo e dunque condizionarlo negativamente.

Come si può intuire, è il capitolo di maggiore interesse tanto per il personale aeronavigante quanto per chi è preposto alla loro assistenza e formazione: l’obiettivo – la sicurezza dei viaggiatori – è troppo importante perché alcuni aspetti della psicopatologia da volo debbano essere sottaciuti o quanto meno “attenuati”. Pensiamo sia sufficiente ricordare che le forme psicopatologiche – peraltro a bassa diffusione – riguardano uomini (e non esseri automatizzati) pertanto soggetti, come tutti, alle leggi dell’equilibrio psicofisico.

I primi studi approfonditi sulla psicopatologia da volo risalgono alla prima guerra mondiale, cioè con la comparsa dell’aereo come strumento di offesa. Tra i più accreditati studiosi ricordiamo Ferry (1918), Anderson (1919) che coniò il termine “aeronevrosi”, concetto successivamente ripreso da Armstrong (1936); e ancora Beyne (1931), fino ai nostri Gemelli e De Meo. Nell’esaminare i primi contributi scientifici, specie in riferimento alla terminologia, il ricercatore potrà constatare argomentazioni confuse e a volte semplicistiche; oltre della fase pionieristica di tali studi, bisogna tenere conto della scarsa conoscenza e sistematizzazione che allora ancora caratterizzava la patologia psichica.

Tuttavia, quelle prime terminologie già testimoniavano l’incidenza dei fattori endopsichici nell’attività di volo: “ male degli aviatori”, “astenia degli aviatori”, “aerastenia”, “neuroeretismo di piloti”, ecc. E’ dopo la seconda guerra mondiale che gli studi sulla psicopatologia da volo sono stati meglio condotti; ricordiamo Ironside e Batchelor (1945), Symonds e Williams (1945) Grinkel e Spiegel (1945) Hastings, Wright, Gluk (1944).

La maggior parte dell’attenzione era inizialmente rivolta agli effetti dell’anossia (dovuta alla sensibilità del tessuto nervoso per la deficienza di ossigeno. Essa è solitamente inclusa nell’ambito delle sindromi psico-organiche e consiste – specie nella forma cronica – in apatia, irritabilità, ottundimento del sensorio, amnesie).

Interessanti sono ancora oggi le rilevazioni di Kritzler (1944) che descrisse 27 casi mortali per anossia, e di Lewis e Haumaker (1949) che ne descrisse ben 75. Una classificazione esauriente di tutti i possibili disturbi neuropsichici riscontrabili nell’attività di volo è spesso resa difficoltosa non tanto per la irreperibilità dei dati (che in quest’ultimo decennio sono stati studiati approfonditamente) ma per le problematiche terminologiche e concettuali che ancora pervadono la nomenclatura psicopatologica.



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Pubblicato 27/10/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

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