Novembre 10 2020

Fobia del volo nei passeggeri

La fobia del volo nei passeggeri si situa a metà strada tra l’agorafobia e la claustrofobia, vale a dire l’irrazionale paura di allontanarsi da oggetti rassicuranti o quella di trovarsi intrappolati. Non è dunque tanto la paura che l’aereo possa precipitare quanto l’angoscia di essere colto da un attacco fobico una volta salito a bordo. Alla base si evidenzia dunque la paura di restare in balia degli altri e l’angoscia di non poter disporre di se stessi.

Bisogna ancora sottolineare che spesso è difficile segnare il confine che separa la fobia, l’ansia e la semplice paura del volo; tanto più che le rare ricerche in questo ambito hanno sempre privilegiato gli aspetti patologici e dunque clinici tralasciando le caratteristiche psicosociali di quanti nutrono avversione emotiva per il volo. Una delle poche ricerche in questo senso è stata compiuta nel 1977 da due ricercatori statunitensi, M. Abad e A. Sierra dell’università di Tulane (New Orleans). Esse hanno rivolto una serie di domande, sia a persone appena scese dall’aereo o in procinto di salirvi, sia ad altre lontane dagli aereoporti.

Dalle risposte delle persone del primo gruppo è emerso che né la lunghezza del volo né il fatto che esso sia diurno o notturno, su terra o sul mare, hanno riflessi sulla paura di volare. Sempre secondo le ricercatrici, avrebbero invece importanza le condizioni atmosferiche: il cattivo tempo infatti appare strettamente legato nella mente dei passeggeri alla possibilità di incidenti.

Inoltre, la paura di volare è risultata maggiore fra chi arrivava: la spiegazione, secondo le ricercatrici, è che si tende a negare ciò di cui si ha paura; ma una volta arrivati indenni a destinazione le proprie resistenze si allentano e allora il soggetto è disposto a riconoscere di soffrire di aviofobia.

Indicative paiono anche alcune percentuali emerse dalla indagine in questione: il 7% degli uomini contro il 20% delle donne interrogate hanno affermato di avere paura di volare. Tali percentuali però salgono sensibilmente per le risposte date lontano dagli aeroporti: a non volare sarebbero il 19% degli uomini e il 28% delle donne. Ancora oggi – secondo Antonelli – quando il traffico degli aeroporti maggiori registra un decollo e un atterraggio ogni due o tre minuti, c’è molta gente che ha paura di volare. In genere si tratta di soggetti molto ansiosi del volo, sicché, evitando di salire in aereo, credono di essersi liberati dall’ansia.

Tuttavia va anche detto che se pur naturalizzato il volo resta per l’uomo un’attività tale da ingenerare una comprensibile reazione ansiosa. Spesso si compie il parallelismo tra il viaggio in automobile e quello in aereo, adducendo il motivo della abitudine e dunque della naturalezza di una certa attività. Ma resta sempre il fatto che l’automobile è condotta personalmente, mentre nel volo si dipende da altre persone e per di più in condizioni ansiogene (essere sospesi per aria).

Pensiamo dunque non sia il caso di accentuare troppo quella che riteniamo essere una reazione normale d’ansia al volo per la maggior parte delle persone. La reazione d’ansia solitamente si risolve già dopo il primo viaggio in aereo. Diverso è ovviamente il discorso relativo alle reazioni fobiche al volo, atteggiamenti che magari costringono molte persone a compiere lunghi e faticosi viaggi pur di non servirsi dell’aereo. Spesso si tratta di casi dove l’attività del volo – in quanto causa – vi rientra solo marginalmente e dunque la fobia si inserisce in un contesto di problematiche ben più ampio.

La soluzione migliore in questi casi resta quella di aiutare il soggetto a comprendere le vere ragioni della sua fobia (sempre che non sia dettata da un precedente evento traumatico, come un incidente aereo) e lasciare che egli stesso, prima o poi, scelga di servirsi dell’aereo.



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Pubblicato 10/11/2020 da Fabrizio Artelli nella categoria "Psicologia e Salute

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