Dicembre 14 2020

L’ansia da volo

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L’ansia è una sgradevole esperienza emotiva che si accompagna ad un senso d’impotenza o ad una sensazione di pericolo imminente. Spesso l’ansia conduce a tipiche manifestazioni psicosomatiche, biochimiche, endocrinologiche (secrezione adrenalinica e corticosurrenale) e comportamentali; è quindi evidente la grande necessità di saper valutare di volta in volta la possibile evoluzione di uno stato ansioso dei piloti.

Ansia non è paura; quest’ultima si verifica allorché sussiste realmente una minaccia per l’individuo. Nell’ansia invece la minaccia è interna al soggetto, e comunque si teme per un elemento esterno non realmente minacciante.

La rilevazione dell’ansia presenta non poche difficoltà; il medico o lo psicologo debbono pertanto prestare attenzione a non considerare come malattia principale quelli che invece sono i sintomi psicosomatici dell’ansia. Inoltre, spesso il paziente non riferisce spontaneamente le caratteristiche del suo stato ansioso, cosa che può indurre il medico a consigliare eccessivi e persino controproducenti esami clinici.

Ma bisogna considerare anche un aspetto paradossalmente positivo dell’ansia; essa infatti consentirebbe al soggetto di superare, eliminare e risolvere una minaccia o un evento ostacolante. Un livello ottimale di ansia è quindi di stimolo e tale, da potersi considerare accettabile nei piloti. Ovviamente il discorso cambia diametralmente quando il livello ansioso varca i limiti normativi per entrare in quelli psicopatologici. L’ansia costituisce un sintomo e non una sindrome a sé; può essere presente in qualsiasi malattia psichiatrica o organica, spesso come indice prodromico.

La nevrosi ansiosa costituisce invece un quadro psicopatologico di base (può restare invariata o evolvere) in altre sindromi nevrotiche. L’ansia comunque domina l’individuo in quanto stato permanente d’inquietudine, di timore e minaccia incombente.

Il pilota con nevrosi d’ansia è caratterizzato da un penoso sentimento d’incertezza per la propria identità, è sfiduciato, pessimista, indeciso, con sensi d’inferiorità. E’ spesso dipendente dagli altri ma nel contempo esigente; ha una personalità generalmente caratterizzata da narcisismo, aggressività, egoismo, intolleranza alle frustrazioni. Esistenzialmente, è orientato alla continua ricerca di rassicurazione e di affetto.

 Possono coesistere turbe emotive, agitazione, facile stancabilità, disturbi del sonno, disturbi sessuali e più in genere psicosomatici (dispnea, palpitazione, dolori anginosi, vomito, diarrea, pollachiuria, tremori, sudorazione profusa, vertigini, cefalea, improvviso rossore del viso, del collo e della parte superiore del torace, pallore alle estremità). Negli stati acuti d’ansia invece si possono riscontrare oltre a dispepsia, nausea, vomito, pollachiuria, lipotimia, cefalea anche perdita di riflessi, tic e vertigini.

Tipica degli stati ansiosi è inoltre la c.d. fame d’aria, vale a dire una sensazione di costrizione toracica che a sua volta induce l’individuo a iperventilazione con alcalosi respiratoria. Uno stato ansioso caratterizzato da iperventilazione costituisce indubbiamente l’aspetto più drammatico per un pilota in volo; infatti – oltre allo stato di per sé già disagevole del pilota – l’iperventilazione può provocare astenia, capogiri, annebbiamento della vista, sonnolenza, parestesie a livello delle dita, delle mani e della regione periorale (dovute alla diminuzione dei livelli di calcio serico ionizzato).

Per quanto detto fino ad ora è molto importante – specie nella fase di selezione – indagare attentamente la struttura di personalità degli aspiranti piloti o di quanti già in attività, che presentino pur lievi ma ricorrenti stati ansiosi. A tal proposito può certamente essere utile compiere anche una indagine retrospettiva. Infatti i soggetti ansiosi spesso hanno alle spalle una storia infantile caratterizzata da deprivazione affettiva e solitudine, una adolescenza vissuta con notevole insicurezza e con una storia familiare disturbata. Sono in definitiva tutti elementi che integrati con le metodiche di psicodiagnosi possono costituire validi indici predittivi.

Diversi studi, tra cui quelli iniziali di Van Wulfften Palthe (1958), hanno evidenziato come gli stati d’ansia siano maggiormente riscontrabili nei piloti d’aereo monoposto; ciò richiama indubbiamente l’incidenza dell’isolamento e della deprivazione sensoriale – infatti Palthe denominò il fenomeno rilevato “sindrome da isolamento”.

Tra gli effetti della deprivazione sensoriale risulta il senso della irrealtà e della depersonalizzazione. Clarke e Graybel nel corso dei loro studi infatti rilevarono in piloti di aviogetti sensazioni di estraneità, di “distacco dalla terra” (break off), di irrealtà. Oltre allo stato d’ansia, possono verificarsi in simili situazioni anche stati di euforia.

Abbiamo precedentemente detto che l’ansia può col tempo sfociare in sindromi più strutturate, come ad esempio la nevrosi fobica. Questo rischio è particolarmente verificabile nel pilota; infatti, con il ripetersi delle manifestazioni ansiose e dei relativi disturbi psicosomatici, egli può sviluppare (e rendersene conto) la paura di volare (timore d’incidenti, di danneggiare gli altri, di incorrere in sanzioni, ecc.), paura che a sua volta può evolvere verso la vera e propria fobia del volo.

Differenziate, ma non meno importanti, sono le manifestazioni acute (crisi d’angoscia propriamente dette). Insorgono con estrema rapidità e altrettanto rapidamente scompaiono. Anche se dette crisi non compaiono più per lungo tempo, il ricordo stesso delle prime manifestazioni è talmente penoso che non può non consentire al pilota di recuperare in pieno la sua serenità psichica. Il solo dubbio che la crisi si possa ripetere può ingenerare un’ansia anticipatoria (l’ansia dell’ansia). Ciò è spiegato dal fatto che ai sintomi violenti già citati si accompagna sovente la sensazione e paura di morire oppure di impazzire o perdere il controllo di se stesso e dei propri atti.

Inutile dire che riscontrando uno stato psichico del genere, sia pure allo stato iniziale, il medico deve predisporre tutte le precauzioni possibili (ad es., dove è opportuno, si può consigliare l’adozione del doppio comando) fino a vietare l’attività del volo. Infatti, lasciando il pilota a se stesso (magari confidando nelle sue capacità e nella remissione spontanea degli stati ansiosi) si rischia di rendere il suo stato ancora più problematico: il pilota potrebbe cadere in una condizione particolarmente conflittuale, combattuto tra il desiderio di continuare a volare e la preoccupazione di sentirsi male come capitato in passato.

Per tali motivi è dunque necessario sottoporre il pilota alle terapie più indicate (psicoterapia sostenuta con psicofarmaci, evitare bruschi allontanamenti dall’ambiente lavorativo e anzi consentirne un più intenso inserimento, ecc.), adottando in ultimo dei criteri di riabilitazione graduale all’attività di volo.  

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Pubblicato 14/12/2020 da studioafis nella categoria "Psicologia e Salute

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