Febbraio 23 2021

Pico della Mirandola e la magia

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Pico Della Mirandola, insigne esponente del Rinascimento, scrisse nell’Oratio de dignitate hominis, che esiste un tipo di magia “esecrabile e contro natura”, definita dai Greci goeteìa, ovvero arte di compiere malefici.

Ad essa si contrappone la magepìa, intesa come compimento ed apice della sapienza. Di per sé dunque la magia, a partire dal nome stesso, è una conoscenza positiva ed elevata. Platone nell’Alcibiade spiega che essa è “conoscenza delle divine cose”.

Nel Carmide l’antico filosofo giunge a definirla “la medicina dell’anima”. Come la medicina guarisce il corpo, così “la magia aiuta lo spirito a risanare la dimensione interiore”. Pico nelle sue opere si adoperò a perfezionare la distinzione fra le “due magie”. Egli affermò che perfino Omero, Eudoisso ed Ermippo, esperti dei Misteri pitagorici e platonici, così come Francesco Bacone e Plotino, dimostrarono che “il mago è ministro della natura, non suo artefice”. Al contrario, la magia diabolica “rende l’uomo soggetto e schiavo dei poteri del male”.

“L’arte magica autentica”, scrive l’umanista, “trae dalle tenebre alla luce le singole virtù disseminate nel mondo della bontà di Dio, e quindi non produce di per sé un miracolo ma coadiuva fedelmente la natura efficiente”.

Della Mirandola è un ottimo cronista nel descrivere l’abisso che separava la magia naturale e i suoi cultori – i filosofi-maghi rinascimentali – da quanti – stregoni, guaritori, divinatori, ecc. – sostenevano o venivano considerati capaci di operare “miracoli”, malefici o sortilegi, contro la natura e la volontà di Dio.

Pico sembra a tratti un adepto rosacrociano che intende per magia essenzialmente la pratica che “permetta di lavorare per il bene dell’Umanità”. D’altra parte il versatile pensatore non spregiò l’alchimia, la cabala, la mistica delle lettere e la magia della parola. Infatti, a suo avviso, solo il mago può arrivare mediante gli studi e il sapere straordinario a penetrare il livello più profondo “del consenso dell’Universo”.

Egli giunge a esplorare il mutuo rapporto tra le diverse nature che i Greci chiamavano sympàtheia. Questo potere che produce iygges, ovvero sortilegi, permette di utilizzare specifici mezzi corrispondenti al controllo di ogni aspetto della natura. In tal modo diventano visibili a tutti i prodigi che si trovano latenti negli abissi del mondo, nel grembo della natura e nei forzieri nascosti di Dio.

Fu questa distinzione, divenuta classica, fra magia demoniaca e magia sapienziale che indusse Pico della Mirandola ad affermare il suo credo nel Diavolo. Per lo stesso motivo egli sostenne la sua recisa ostilità verso ogni ricerca ed esperimento volti al “mondo dell’ombra”. Anni dopo il nipote confermò questa distinzione in un libretto balzano, di demonologia, dedicato al “volo delle streghe”.

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Pubblicato 23/02/2021 da studioafis nella categoria "Storia", "XFile

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