Un “ucronauta” figlio del suo tempo

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Tra i più noti critici dell’indovino, R. Prévost contesta che l’astrologo di Salon avesse il dono della profezia. Egli fu, sostiene, soprattutto uno storico che raccontava in stile poetico e simbolico fatti e avvenimenti del suo tempo, o dell’epoca medievale, elaborando le quartine in modo che il lettore avesse l’impressione di leggere eventi non ancora accaduti. L’ucronauta non sarebbe stato, dunque, che un abile cronista ermetico. Una prova?

I famosi versi sulla morte di Enrico II, avvenuta nel 1559, rappresentano – secondo Prévost – un’interpretazione falsa e tendenziosa di fatti reali. Piuttosto che guardare al futuro, sia pure prossimo, Nostradamus amava immergersi nel passato remoto. Il vecchio leone morto con gli occhi sbuzzati sarebbe stato l’imperatore di Costantinopoli, ucciso durante l’assedio della città ed accecato, secondo la tradizione, dai vincitori.

Anche la quartina che ha terrificato non pochi contemporanei, viene letta da Prévost in modo altrettanto “decronologico”. Il 1999 rappresenta, in realtà, il 1559, poiché come i cabalisti dell’epoca Nostradamus amava utilizzare i numeri magici, di cui il nove è uno dei più importanti.

Rimescolata nel bussolotto del tempo, la profezia sulla fine del nostro mondo si trasforma nella morte preannunciata di Enrico II, per cui “il grande re distruttore venuto dal cielo”, che tanto ha fatto discutere, è semplicemente una delle molte metafore della morte.

Storico o profeta, Nostradamus non smette di intrigare i suoi studiosi. Chevignard, un altro autore che contesta la presunta preveggenza di Nostradamus, sostiene che l’indovino fu sostanzialmente un affabulatore, inventore di un genere fantastico, che potremmo definire “fantastorico”.

Gli originali dei suoi testi, copiati diligentemente dall’allievo Chavigny, dimostrerebbero che le Centurie seguono uno stile letterario e uno “schema” estremamente razionale e sistemico. Nostradamus non inventa nulla, non divina il futuro, ma crea storie ambientate in un tempo senza tempo, probabilmente ispirategli dalle rêveries notturne e dalla fertile immaginazione.

Se si aggiungono a questo “genere” originale uno stile fantasioso e la contaminazione fra linguaggi e codici diversi, si ottiene la ricetta magica da molti considerata “profezia pura”. Insomma: Nostradamus fu il Jules Verne della sua epoca. Ma questa facoltà di anticipare avvenimenti, tecnologie e realizzazioni del futuro remoto non è anche il segno distintivo dei Maestri invisibili?

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