L’astrofilo

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Nostradamus scrisse nella Lettre à mon fils César: “Stiano lontani dalla mia opera tutti gli astrologi, gli sciocchi e i barbari”. Dunque il principe degli astrologi non si considerava un astrologo: per usare una sua espressione, si autodefiniva “Astrofilo”.

L’astrofilo dichiarò quindi, nella stessa lettera, che – non intendeva certo attribuirsi il nome di profeta, poiché costui vede cose lontane dalla conoscenza naturale di ogni creatura –

Infine, per comunicare al figlio l’origine delle sue profezie, usò termini metaforici, che non spiegano nulla. Parlò di agitation hiraclienne, di uno stato prossimo all’epilessia, e terminò affermando che gli “avvenimenti del futuro si possono profetizzare mediante le luci notturne e celesti”.

Più tardi Nostradamus cadrà nell’oblio di secoli bui, durante i quali la sua opera, anche se a mezza voce, verrà tacciata di stregoneria e “ispirazione diabolica”. La sua fortuna editoriale riposerà sempre su quel migliaio di quartine nelle quali regnano, come ha evidenziato Jodorowsky, soprattutto l’angoscia, il terrore e la desolazione che tanto piacciono al pubblico, più attirato dai brividi della profezia cupa e apocalittica, che dalle speranze di un futuro radioso.

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