La scrittura, l’amicizia e la filosofia per gestire la depressione

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Un dì si venne a me malinconia

E disse:”Io voglio un poco stare teco”,

e parve a me ch’ella menasse seco

dolore e ira per sua compagnia.

Dante

Non abbiamo testimonianze riguardo al fatto che Cicerone abbia consultato uno o più medici per alleviare quello che oggi definiremo senza esitazione uno stato depressivo.

La filosofia stoica, di cui Cicerone si considerava seguace non gli valse se non in misura assai ridotta a consolarlo dal suo dolore e a ridimensionare il suo male di vivere: al punto che il suo biografo Plutarco definisce i suoi sintomi tanto più notevoli in un uomo che si autoproclamava filosofo.

L’unico rimedio “stoico” cui Cicerone fece ricorso fu proprio la scrittura filosofica, che fu da lui quasi ossessivamente praticata per trattare temi che lo distrassero dalla sua sofferenza.

Ha un senso, quindi, e non è frutto del caso il fatto che il nostro autore scriva, fino al 45 a. C., principalmente di politica, mentre nel “periodo incredibilmente breve tra il febbraio del 45 e il novembre 44”, dia vita a un vasto corpus di opere epistemologiche, etiche e teologiche.

Il carattere della sua produzione letteraria conosce – insomma – una profonda trasformazione nell’arco temporale immediatamente successivo alla morte di Tullia, mentre in precedenza l’Arpinate aveva mostrato poco interesse per la filosofia etica o la metafisica.

L’uso della scrittura stessa come attività di rimozione non è disgiunto dalla consapevolezza che tale sforzo non sarebbe stato apprezzato, anzi l’autore si dichiara deluso da questa sottovalutazione; resta comunque convinto del valore di questa pratica: “Ho scelto questo modo di distogliere i miei pensieri come la più coltivata e la più degna di un uomo di cultura”.

La scrittura delle lettere aiuta infatti Cicerone a scandagliare il proprio mondo interiore, in una relazione che si muove tra presenza e assenza: di tutti gli scritti, le lettere costituiscono il modello di discorso che meglio incarna proprio questa tensione tra prossimità e lontananza, tra scrittura e oralità, tra monologo e dialogo, tra solitudine e amicizia.

E se già abitualmente inondava di lettere gli amici, i familiari e i colleghi quando stava bene, nelle fasi depressive scrive più volte al giorno ad Attico, anche quando non ha niente da dire, anche solo per stimolare lettere di risposta da parte dell’amico per il conforto che da queste gli deriva.

Durante i due precedenti episodi di depressione, i più validi punti di riferimento affettivo erano stati Attico e Tullia, “più cara a lui che la sua stessa vita”. Ma la morte di Tullia allentò l’interesse di Cicerone per la vita stessa, e l’amicizia di Attico da sola si rivelò insufficiente a sostenerlo.

Un mese dopo la morte della figlia afferma di non poter andare avanti con la vita perché ha “perduto l’unico legame che lo tratteneva”. Cinque mesi dopo si lamenta ancora che il denaro ed i beni non significano nulla senza Tullia che possa ereditarli.

Pur condividendo a pieno l’affermazione di chi vede nell’epistolario ciceroniano “a flexible and multi-faceted resource that can be put to various and approached in a number of ways”, si è convinti che la smisurata produzione epistolare di Cicerone possa essere letta come una terapia che l’autore stesso si auto-prescrive, offrendo un accesso senza precedenti ad un resoconto di prima mano della patologia depressiva.

Non è un caso che tra i termini più ricorrenti della sua scrittura epistolare compaiano dolor, miserita, maeror, concentrati semantici di una psicologia turbata e di un animo inquieto.

Dolor è uno dei termini più ricorrenti nelle Lettere: Cicerone racconta di essere colpito da un dolore immenso che riesce a provocargli uno squilibrio mentale; si trova in una condizione di strazio a cui non riesce a far fronte: e si dichiara incapace di sopportare i propri patimenti ai quali non vede rimedio.

Soltanto la morte potrebbe aiutarlo a porre fine a questa condizione. “In una delle sue valenze principali, dolor definisce una passione prodotta dal sovvertimento dell’equilibrio interiore, con alterazione degli attributi e delle funzioni della natura umana. Assimilabile a luctus, maeror, tristitia, con cui può combinarsi, in quanto specie di aegritudo esso si connota per la componente psicologicamente lacerante”.

Ma è soprattutto il termine miseria a definire la condizione di sofferenza opposta a quella in cui si trova il beatus: che gode del benessere del corpo, della forza fisica, della bellezza, dell’assenza di dolore, e che può contare sul sostegno di parenti, figli, ricchezze, onori e potenza. Privato invece di tutti questi beni, Cicerone vive una situazione di crescente sofferenza e pena.

La miseria è all’origine di tutte le perturbationes: essa infatti esprime la mancanza di beni del corpo e dell’anima, il vuoto che genera una condizione di sofferenza assoluta. Siamo lontani dalla concezione strettamente fisiologica e biologica della melanconia; Cicerone sembra piuttosto incarnare la disposizione di quel Bellerofonte eroe dell’afflizione che segna una virata della malinconia stessa: non più solo una patologia da eccesso di bile nera, ma una autentica malattia dell’anima.

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