Lungo tutto l’arco della vita

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La prescrizione e somministrazione di Psicofarmaci è oramai entrata a far parte dell’immaginario e della cultura popolare. Non è più percepito come una soluzione estrema, come l’ultimo tentativo possibile in risposta ad una patologia grave, ma è entrata a tutti gli effetti nella quotidianità dei singoli e delle famiglie: prima di un esame, alla fine di un rapporto di coppia, per accompagnare una dieta, per affrontare una prova sportiva, una decisione sofferta, un matrimonio.

Lo psicofarmaco rappresenta la chiave più semplice per liquidare il rapporto con se stessi e le relazioni umane. Dieci gocce o una pillola sono, a volte, il modo più immediato per ridurre l’ascolto del paziente, smaltire l’utenza dell’ambulatorio, promettere una soluzione facile e a portata di mano.

La cosiddetta “pillola della felicità”, dunque, rappresenta ormai un tratto distintivo del nostro secolo, eppure non è altro che il più grande inganno del nostro tempo. Questo consumo spropositato trae origine da un assioma pericolosissimo che da Psiche conduce a Malattia, rapido, necessario, apparentemente incontrovertibile, che va, invece, demolito; così come l’assioma che identifica fragilità e malattia, che lega indissolubilmente vivacità del bambino e malattia.

Esistono sintomi che si possono manifestare, condizioni del corpo, le più disparate reazioni ai fatti della vita, certo. Esistono non solo adulti ma anche, e molti, ragazzi in difficoltà. Questi hanno bisogno di essere ascoltati, accolti, aiutati. Non sedati, alterati, messi a tacere. I ragazzi, come i bambini che rappresentano una fetta di mercato enorme, per le case farmaceutiche.

Sono l’unità di consumo centrale della famiglia e sono, contemporaneamente, i consumatori di oggi e di domani. Chi inizia ad assumere psicofarmaci è rarissimo che riesca a sospenderli. Somministrare psicofarmaci ai bambini o agli adolescenti significa condannarli ad una carriera da malati.

Ci sono ragazzi che già a vent’anni, dopo 5, 6 anni di psicofarmaci, hanno subito una vera e propria trasformazione. Lo portano scritto in faccia: sulla pelle del viso, nella postura e nello sguardo. Sono svuotati, alterati, spesso irreversibilmente. Questo è inaccettabile. Una delle particolarità più velenose ascrivibili agli psicofarmaci è, dunque, quella che prevede di venire assunti per tutta la vita.

Dai racconti dei pazienti, emerge come a volte per un’ansia, una difficoltà, essi siano stati condannati ad un trattamento farmacologico vita natural durante. In sostanza, è stata trattata come una malattia terminale. Si assiste allora, in questi casi, con ogni evidenza, ad un abuso, ad un gioco perverso.

La domanda, allora, diventa: chi può avere interesse a “non far guarire i propri pazienti”? E, d’altra parte, come ci si può accertare di questa “presunta guarigione” se non è possibile sospendere la “cura”? È davvero una questione di mercato, allora? Oggi si “inventano nuove malattie” proprio per allargare il mercato dei farmaci. Si è generato un indirizzo medicalizzato-psichiatrico molto forte, con un“ marketing della follia” autorigenerante e sempre a caccia di interpretazioni e classificazioni con cui individuare, bloccare e spegnere ogni manifestazione e ogni comportamento individuale.

L’accanimento diagnostico, dunque, è il vero e proprio abuso sui minori oggi. E i genitori, le famiglie, spesso non ne sono consapevoli.  Ogni giorno famiglie disperate  raccontano di non essere state avvertite. «Se solo l’avessimo saputo, se qualcuno ci avesse avvisati che nostro figlio si sarebbe avviato verso una carriera da malato per tutta la vita…». E si chiedono: «Che ne sarà di nostro figlio, dopo di noi?». Il “dopo di noi” è l’angoscia di tutti i genitori di questi “cosiddetti malati psichici”.

Ma c’è una buona notizia. E la buona notizia è che se ne può uscire. Tante volte, quando si riesce ad eliminare progressivamente gli psicofarmaci, dopo un anno, due, di lavoro, si vedono i ragazzi letteralmente risorgere. Ed è bellissimo. Affrontare il disagio, la solitudine, il panico è possibile altrimenti.

Per tornare a creare, con l’adeguato sostegno, il proprio progetto di vita e migliorarne, infine, le dinamiche e le condizioni. Si può affermare che l’infelicità non è una malattia; esattamente come non lo è l’iperattività dei bambini a scuola e il “comportamento “provocatorio-oppositivo” degli adolescenti. Oggi sappiamo che la “pillola della felicità” sia un grosso imbroglio ai danni della libertà e del rispetto degli esseri umani. E soprattutto sia parte di un grande business internazionale. Il lavoro clinico con centinaia  di bambini, adolescenti, uomini e donne, insegna che la “malattia” è spesso la conseguenza di un problema e come tale, può essere affrontato e risolto.

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