Essere empatici: Brevi riflessioni

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Possiamo migliorare la nostra capacità di comunicazione? Possiamo accrescere quella di accorgerci quando siamo preda di circuiti ripetitivi nelle relazioni sia con i nostri clienti – gli anziani e i loro familiari – sia con i colleghi, i superiori e quindi quella di interromperli e di trovare così un più armonico registro di comunicazione?

Possiamo rendere sempre più raffinati gli strumenti che ci permettono di raccogliere i segnali non verbali dei nostri interlocutori senza fermarci alle sole parole che abbiamo visto essere spesso un veicolo molto parziale del significato di messaggi?

Occorre spostare l’attenzione su un tema importante nella relazione di aiuto e di supporto: l’empatia. Un autore in particolare ha trattato approfonditamente questo tema, Carl Rogers, ed è attraverso la lettura di un suo brano e qualche breve commento ad esso che intendo affrontarlo.

“Un modo empatico di essere con un’altra persona ha molte angolature. Significa entrare nel mondo percettivo dell’altro e trovarcisi completamente di casa. Comporta una sensibilità, istante dopo istante, verso i mutevoli significati percepiti che fluiscono in quest’altra persona, dalla paura al furore, alla tenerezza, o confusione, o qualunque altra cosa essa stia sperimentando.

Significa vivere temporaneamente nella vita di un altro, muovendoci delicatamente, senza emettere giudizi; significa intuire i significati di cui l’altra persona è scarsamente consapevole, senza però svelare i sentimenti totalmente inconsci, poiché ciò sarebbe troppo minaccioso.

Coinvolge la comunicazione delle vostre percezioni del mondo dell’altro, del quale osservate con sguardo sereno e nuovo quegli elementi che l’altro teme di più. Significa controllare frequentemente in compagnia dell’altro l’accuratezza delle vostre percezioni, ed essere guidati dalle reazioni che ricevete. Siete il compagno fiducioso nel mondo interiore dell’altro. Segnalando i possibili significati nel flusso dell’esperire di un’altra persona, l’aiutate a concentrarsi su questa preziosa sorta di referente, a sperimentare più compiutamente i significati, e a procedere nell’esperienza.

Essere con un altro in questo modo significa che, per il periodo in cui vi ci trovate, voi mettete da parte le vostre concezioni e valori personali onde entrare nel mondo di un altro, senza pregiudizi. In un certo senso, significa che voi stessi vi mettete da parte; questo può essere fatto solo da persone che sono abbastanza sicure di sé da sapere che non si perderanno in ciò che nel mondo dell’altro potrebbe risultare strano o bizzarro, e che possono comodamente ritornare al loro mondo personale appena lo desiderano”.

Parole affascinanti, colme di significato, ma anche parole che possono far paura o farci sentire profondamente inadeguati. Come può apparire minacciosa l’empatia, qualcosa da cui essere travolti e fagocitati! A meno che non si guardi attentamente ai limiti, ai confini temporali e relazionali che Rogers indica quasi come guida.

Entrare nel mondo percettivo dell’altro a patto che ci si senta a casa: quando cioè questa vicinanza non faccia paura, non si tema di perdersi. Vivere la sua vita, ma temporaneamente: può bastare anche un istante, quello in cui ci siamo messi nei suoi panni con lo scopo di capire di più, non di sentirci migliori od onnipotenti.

Muoversi delicatamente vuol dire avere costantemente la consapevolezza di essere in relazione con un mondo che non ci appartiene e sul quale – aggiunge Rogers – è indispensabile “non emettere giudizi”, il che implica non porre noi stessi, i nostri valori, i nostri bisogni, idiosincrasie e desideri a metro di misura. Ma l’altro è un interlocutore, è attivo nella relazione: riconoscimento che gli va conferito in ogni tratto del rapporto, in modo che lo slancio della nostra disponibilità non lo sovrasti e non ci si trovi a dare false interpretazioni delle richieste in una confusione tra bisogni nostri di “essere con”, di “fare per” e realtà soggettiva e relazionale dell’altro.

Un atteggiamento empatico secondo Rogers può svilupparsi sulla base di una grande fiducia e di un reale rispetto nei confronti della persona: richiede cioè un profondo senso etico della relazione tra esseri umani.

A proposito di limiti è stato detto:

“Ritengo che l’essere empatico sia un atto intenzionale: l’operatore sceglie di essere empatico, assume un atteggiamento con delle intenzioni. E questo a volte viene dimenticato. Non è possibile infatti per un essere umano rimanere in continuo stato di empatia e ritengo anzi che sia sciocco tentarlo. Ciò che non è sciocco è il cercare di essere empatici con una persona che si rivolge a noi per essere aiutata e a cui noi scegliamo di rispondere”.

C. Rogers, Un modo di essere, Martinelli, Firenze 1983.

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