L’anziano con deterioramento cognitivo

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Non è un caso che le descrizioni più struggenti, più disperate, più eloquenti della perdita di sé e del progressivo deterioramento della comunicazione verbale di chi è colpito da demenza – in particolare dalla malattia di Alzheimer – provengono dai familiari. Sono loro infatti che con stupore, incredulità, angoscia vedono la persona conosciuta dissolversi nella malattia per lasciar posto a qualcuno che non si conosce e dal quale non si è riconosciuti.

Comunicare con le persone dementi porta con sé un doppio carico: quello di trovare, inventare, calibrare una comunicazione nuova e adeguata e di riadattarla con l’evolvere della malattia, e quello emotivo di elaborare una “perdita”, quotidianamente contraddetta dalla presenza, degli squarci di normalità, messa in discussione dalla speranza che la malattia si attenui, si arresti, o che se ne scopra la cura.

Questo vale per i familiari, ma vale anche per gli operatori i quali hanno soprattutto il compito di comunicare efficacemente con la persona deteriorata sul piano cognitivo, partendo dal presupposto che allo stesso modo della vecchiaia anche la demenza non rende tutte le persone uguali. Questo significa che l’operatore non deve standardizzare il suo modo di comunicare con le persone affette da demenza ma piuttosto deve personalizzarlo il più possibile, non dando per scontate ad esempio né la totale perdita di capacità di comprensione, né quella di far percepire i propri bisogni da parte del malato.

Occorre “non sostituirsi” ma piuttosto acuire la propria sensibilità a cogliere soprattutto i segnali non verbali. Suggerisce una geriatra che da anni lavora nel campo delle demenze come sia importante

Osservare la mimica del paziente durante la conversazione, in modo da cogliere quegli aspetti della comunicazione non verbale che possono trasmettere un cambiamento nello stato d’animo e dare dei suggerimenti circa un’eventuale modificazione del colloquio nel senso dei tempi e dei contenuti. Anche la mimica dell’operatore o del familiare ha importanza: i gesti concitati, il tono di voce elevato possono suggerire una situazione di pericolo o indurre paura. Vanno quindi privilegiati gesti tranquilli e può essere utile il ricorso al contatto fisico.

Sono diverse le ricerche che hanno dimostrato come il contatto attuato positivamente (che non comunica cioè rifiuto aggressività, timore, indifferenza) sia in grado di veicolare il messaggio della “presa in carico” anche a persone fortemente regredite, isolate o sensorialmente deprivate. “Un contatto fisico empatico conferma all’anziano di essere in mani sicure”.

La comunicazione con la persona demente ha bisogno anche di un contesto tranquillo dove il rapporto operatore-paziente possa svolgersi il più possibile senza interferenze di altri, con il tempo adeguato, con l’attenzione di un linguaggio semplice e concreto, attraverso la conferma data da una vicinanza rassicurante, non invasiva.

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