Le componenti individuali del burn out

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Ogni operatore è un essere umano e quindi ha una storia, un suo mondo fatto di credenze, di convinzioni su di sé e sul mondo, di emozioni, di relazioni. Tutto questo gioca un ruolo nella motivazione stessa alla scelta del lavoro di cura, ma sicuramente ha un peso importante nella relazione con il cliente.

Non tutti gli anziani sono uguali, anche se presentano stesse patologie, sintomi simili, bisogni talvolta sovrapponibili. Esistono i pazienti con cui la relazione è più facile, mentre con altri presenta difficoltà. Non tutti gli operatori sono uguali. Ad analoghe competenze corrispondono capacità relazionali diverse e questo non rappresenta ovviamente un giudizio di valore ma, ancora una volta, la constatazione di come una delle caratteristiche dell’umano sia proprio la sua unicità.

C. Maslach, nelle varie ricerche condotte sul burn out, ha evidenziato come alcune tipologie di pazienti siano più complesse da gestire di altre e creino più difficoltà agli operatori. Tra queste è utile ricordare i malati terminali, gli psicotici, i pazienti molto depressi o particolarmente resistenti, i minori con storie di maltrattamento o abusi, i malati cronici e gli anziani.

Probabilmente queste tipologie di pazienti hanno un aspetto in comune: quello di porre problemi o disagi rispetto ai quali è più probabile sentirsi impotenti. E l’impotenza non è un sentimento facile da gestire. Nell’operatore molto giovane, alle prime esperienze di lavoro, si scontra, ad esempio, con l’entusiasmo e il senso di onnipotenza.

In questo caso è frequente la delusione e a volte la disillusione che porta all’estremo opposto, a credere, cioè, di non poter fare più niente. In altri casi invece, di fronte alla sofferenza dell’altro, si attiva un meccanismo di difesa, la negazione, che permettere di non “vedere” la reale situazione e porta a stabilire obiettivi assolutamente inadeguati alle concrete possibilità del paziente con l’esposizione quindi a nuove delusioni.

Altre volte, la negazione di contenuti emotivi troppo coinvolgenti porta a una sorta di esasperazione del “fare”. L’attenzione si sposta allora sulle procedure, e privilegia l’azione, facendo perdere di vista un dato fondamentale: prendersi cura significa infatti mettere in gioco l’essere oltre al fare.

“Stare” in una relazione di cura prevede la possibilità di valutare in modo adeguato la situazione e di definire obiettivi differenziati. Spesso con un anziano non autosufficiente l’ascolto, un gesto, un sorriso hanno una valenza terapeutica molto più intensa di un agire corretto ma distaccato. Ancora “stare” in una relazione significa poter accettare, poter costruire un obiettivo partendo dalla situazione data o dare valore in un processo di recupero ai piccoli, piccolissimi passi che l’altro è in grado di portare avanti.

Ma lo “stare” in una relazione comporta anche il mettersi in gioco, e questo presenta dei rischi. Perché ci sia efficacia è importante la competenza ma anche la costruzione di un rapporto di fiducia. Talvolta dare o ricevere fiducia attiva nell’operatore la certezza, irrealistica, che l’altro risponda in accordo con le aspettative che lui si è costruito, proprio in virtù della fiducia data o ricevuta.

E questo a prescindere da qualunque elemento concreto di altro genere. Se l’altro non raggiunge ciò che l’operatore si attende, questi si sente tradito, ingannato, perché, senza rendersi conto, ha trasformato la fiducia all’interno del rapporto di cura da elemento importante, a vincolo al quale il paziente deve rispondere anche in modo che non gli è proprio, neppure consono alle sue reali capacità residue. E questo indica la difficoltà di stabilire dei confini chiari e di differenziare la propria realtà, le proprie credenze, i propri sentimenti e valori, da quelli dell’altro.

Le delusioni hanno l’effetto immediato di attivare nell’operatore emozioni piuttosto sgradevoli, che, se prolungate, presentano anche altri tipi di conseguenze. L’operatore a lungo andare può deprimersi, può non sentirsi all’altezza del lavoro che svolge, può sentirsi incapace oltre che impotente. E questo favorisce una riduzione dell’autostima che agisce negativamente sia a livello di prestazione che in altre sfere di vita.

Se il senso di frustrazione, il disagio, la tristezza vengono autoriferiti, cioè spiegati come dovuti a una mancanza di capacità personali, la reazione come si è detto è più di tipo depressivo. Se la causa viene cercata all’esterno invece, può accadere che il paziente venga identificato come il responsabile del proprio malessere e l’operatore proverà allora un senso di rabbia.

I comportamenti e gli atteggiamenti dell’anziano verranno vissuti come intenzionali, come provocatori e tutto questo porterà ad un calo della soglia di tolleranza e di comprensione. L’altro assume le caratteristiche del persecutore, dal quale ci si deve difendere e che va contrattaccato. Questa modalità, tutt’altro che gratificante, attiva circoli viziosi, altrettanto sgradevoli.

La motivazione diminuisce, l’attività diventa sempre più gravosa da svolgere e l’altro, nella migliore delle ipotesi diventa un oggetto del quale sarebbe piacevole sbarazzarsi. Poiché la relazione interpersonale ha modalità comunicative circolari, anche il paziente, che avverte il disimpegno e l’irritazione, può rispondere aumentando l’aggressività, le lamentele o il ritiro, riducendo quei segnali di riconoscimento che tanto sarebbero utili nella prosecuzione del lavoro di cura.

La relazione con l’anziano non autosufficiente pone l’operatore a contatto con alcuni aspetti dell’invecchiamento, come ad esempio la disabilità o la dipendenza, e questo può attivare paura. In persone ipercontrollanti, che vorrebbero prevedere l’imprevedibile, l’impatto brusco e continuo con la realtà e le sue mille sfaccettature può avere effetti molto faticosi da gestire.

Genevaz e Katz vedono come causa delle paure degli operatori la conseguenza di quattro tipi di perdita: la perdita dell’indipendenza fisica, del sostegno emotivo, del controllo su se stessi e sulla propria vita, la perdita dell’abilità di conseguire e mantenere intimità fisica e affettiva. Accadrà anche a me? E’ la domanda che ad un certo punto l’operatore si pone. Ed essendo una domanda senza risposta, lascia spazio a timori, fantasie o previsioni catastrofiche che possono incidere in modo rilevante sul suo equilibrio.

Farsi carico di richieste, sofferenze, problemi, rischia di favorire una presa in carico totalizzante, dove è presente una sorta di responsabilità a tutto campo nella quale ogni cosa che riguarda il paziente viene ascritta a sé. Come conseguenza, l’operatore può rendersi disponibile ad ogni richiesta, senza mai porre un filtro o tentare di individuare i reali bisogni; offre una reperibilità in qualunque ora del giorno, lasciando invadere dai pazienti anche il proprio spazio privato.

In queste situazioni, quando il paziente peggiora o muore, l’operatore prova dolore per la perdita di una persona con la quale aveva stabilito un legame anche affettivo, ma rischia di vivere un senso pervasivo di colpa che rende difficile l’elaborazione della perdita e può ostacolare in seguito il compito di assistenza ad altri anziani.

Lavorare a domicilio significa entrare in una casa e in relazione con un nucleo familiare che propone realtà particolari o conflitti e tensioni difficilmente gestibili. Anche l’operatore può avere conti in sospeso con la propria famiglia, mai affrontati o considerati in precedenza. Questo può spingerlo istintivamente a prendere posizione per l’uno o l’altro membro del sistema, a farsi paladino contro presunte ingiustizie, o ancora ad assumere il ruolo “del figlio buono”. E’ fondamentale porre attenzione a queste dinamiche che vanno osservate, riportate eventualmente al proprio team di riferimento, per evitare di rimanere invischiati.

L’obiettivo dell’operatore è quello di aiutare il paziente nel recupero o nel mantenimento del livello di autonomia esistente quale esso sia, e non di risolvere problematiche che sono di competenza esclusiva della famiglia. A volte pensando di aiutare si rischia di non essere di aiuto, ma di ipercoinvolgersi in situazioni che aumentano senza profitto il livello di tensione e diminuiscono la percezione di essere parte attiva e positiva all’interno di un programma di assistenza.

Due altri aspetti possono concorrere a una condizione di burn out. Il primo è correlato alla difficoltà dell’operatore di dire “no”, ovvero di riconoscersi dei limiti sia rispetto la situazione data che in relazione a un sovraccarico di richieste. Il secondo è dovuto invece al sovrapporsi di momenti di crisi personale o familiare che coinvolgono la sfera della vita privata. La stanchezza legata a un surplus di attività o le tensioni dovute all’intersezione in ambito lavorativo di difficoltà personali possono ridurre il livello di attenzione o di disponibilità nel già di per sé gravoso compito dell’assistenza.

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