Novembre 26 2020

Un terremoto culturale

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Da molti anni le istituzioni internazionali si stanno occupando degli effetti di quello che si ritiene sia un terremoto culturale esploso in forma violenta alla fine degli anni sessanta e che ancora perdura: un terremoto che sta facendo crollare tutte le identità più fragili, come quelle dei bambini, e non soltanto quelle. Anche le identità adulte, che si suppongono appartenere a persone mature e quindi in grado di controllare i propri istinti e le proprie pulsioni, vanno incontro a crisi di identità. In questi anni abbiamo rilevato un cambiamento dei ruoli che ha portato l’identità maschile ad essere profondamente ferita, talvolta in modo irreparabile; anche per questo molti uomini risultano incapaci di relazioni con l’altro sesso.

In tale quadro si colloca la pedofilia, una realtà che si proietta con l’acquiescenza di molti, in stupri individuali e collettivi. Chi segue per motivi umanitari ed istituzionali tale problematica cerca di coinvolgere, allo scopo di contenere se non addirittura estinguere questo fenomeno, quanti hanno a cuore il bene comune dell’umanità.

Purtroppo lo sviluppo della pedofilia in tutto il mondo e la pubblicità concessa al fenomeno si accompagna alla banalizzazione, cioè al considerare normale il rapporto tra adulti e ragazzi. Il Giudice Pazè illustra bene questo processo: “L’aspetto organizzativo diminuisce i freni inibitori, crea una logica del – perché io no?, in una situazione di meccanismi di rimozione delle regole e di rinforzo in senso collettivo. Si aggiunge poi, usata ai fini della legittimazione della perversità, un’ideologia: in vacanza tutto è permesso. Infine, ci sono mille modi per giustificare a se stessi queste esperienze: lei o lui sono consenzienti; a quel bambino piace; gli porto del denaro; hanno bisogno di soldi”.

Qualcuno si è chiesto: ci sono italiani tra i seguaci del turismo sessuale? E’ interessante al riguardo il parere di Ron O’Grady, espresso in una rivista e citato nella relazione al progetto di legge poi varato dal Parlamento italiano: “Si, gli italiani sono tra i clienti più affezionati della prostituzione minorile. Ma lo fanno con più discrezione e maggiore generosità, quindi raramente vengono smascherati. La loro area preferita è il Brasile ed in genere gli altri Paesi del centro-sud America”.

La recente indagine promossa dalla Procura di Torre Annunziata ha purtroppo confermato l’interesse di molti italiani per la pedofilia e per il porno online. E’ comunque da rilevare il fatto che il bambino, è stato protagonista involontario e quindi passivo, di qualcosa che non riesce e non può comprendere; è questo il vero senso della violenza: imporre una qualunque cosa che il bambino non può decodificare.

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Novembre 10 2020

Fobia del volo nei passeggeri

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La fobia del volo nei passeggeri si situa a metà strada tra l’agorafobia e la claustrofobia, vale a dire l’irrazionale paura di allontanarsi da oggetti rassicuranti o quella di trovarsi intrappolati. Non è dunque tanto la paura che l’aereo possa precipitare quanto l’angoscia di essere colto da un attacco fobico una volta salito a bordo. Alla base si evidenzia dunque la paura di restare in balia degli altri e l’angoscia di non poter disporre di se stessi.

Bisogna ancora sottolineare che spesso è difficile segnare il confine che separa la fobia, l’ansia e la semplice paura del volo; tanto più che le rare ricerche in questo ambito hanno sempre privilegiato gli aspetti patologici e dunque clinici tralasciando le caratteristiche psicosociali di quanti nutrono avversione emotiva per il volo. Una delle poche ricerche in questo senso è stata compiuta nel 1977 da due ricercatori statunitensi, M. Abad e A. Sierra dell’università di Tulane (New Orleans). Esse hanno rivolto una serie di domande, sia a persone appena scese dall’aereo o in procinto di salirvi, sia ad altre lontane dagli aereoporti.

Dalle risposte delle persone del primo gruppo è emerso che né la lunghezza del volo né il fatto che esso sia diurno o notturno, su terra o sul mare, hanno riflessi sulla paura di volare. Sempre secondo le ricercatrici, avrebbero invece importanza le condizioni atmosferiche: il cattivo tempo infatti appare strettamente legato nella mente dei passeggeri alla possibilità di incidenti.

Inoltre, la paura di volare è risultata maggiore fra chi arrivava: la spiegazione, secondo le ricercatrici, è che si tende a negare ciò di cui si ha paura; ma una volta arrivati indenni a destinazione le proprie resistenze si allentano e allora il soggetto è disposto a riconoscere di soffrire di aviofobia.

Indicative paiono anche alcune percentuali emerse dalla indagine in questione: il 7% degli uomini contro il 20% delle donne interrogate hanno affermato di avere paura di volare. Tali percentuali però salgono sensibilmente per le risposte date lontano dagli aeroporti: a non volare sarebbero il 19% degli uomini e il 28% delle donne. Ancora oggi – secondo Antonelli – quando il traffico degli aeroporti maggiori registra un decollo e un atterraggio ogni due o tre minuti, c’è molta gente che ha paura di volare. In genere si tratta di soggetti molto ansiosi del volo, sicché, evitando di salire in aereo, credono di essersi liberati dall’ansia.

Tuttavia va anche detto che se pur naturalizzato il volo resta per l’uomo un’attività tale da ingenerare una comprensibile reazione ansiosa. Spesso si compie il parallelismo tra il viaggio in automobile e quello in aereo, adducendo il motivo della abitudine e dunque della naturalezza di una certa attività. Ma resta sempre il fatto che l’automobile è condotta personalmente, mentre nel volo si dipende da altre persone e per di più in condizioni ansiogene (essere sospesi per aria).

Pensiamo dunque non sia il caso di accentuare troppo quella che riteniamo essere una reazione normale d’ansia al volo per la maggior parte delle persone. La reazione d’ansia solitamente si risolve già dopo il primo viaggio in aereo. Diverso è ovviamente il discorso relativo alle reazioni fobiche al volo, atteggiamenti che magari costringono molte persone a compiere lunghi e faticosi viaggi pur di non servirsi dell’aereo. Spesso si tratta di casi dove l’attività del volo – in quanto causa – vi rientra solo marginalmente e dunque la fobia si inserisce in un contesto di problematiche ben più ampio.

La soluzione migliore in questi casi resta quella di aiutare il soggetto a comprendere le vere ragioni della sua fobia (sempre che non sia dettata da un precedente evento traumatico, come un incidente aereo) e lasciare che egli stesso, prima o poi, scelga di servirsi dell’aereo.

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Ottobre 27 2020

La psicopatologia da volo

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Il termine “psicopatologia da volo” non sta a significare disturbi causati direttamente dall’attività del volo (eccetto alcuni casi), come se quest’ultima avesse proprietà patogene. Semmai è spesso vero il contrario, vale a dire che disturbi psicopatologici propri dell’individuo possono connettersi con l’attività del volo e dunque condizionarlo negativamente.

Come si può intuire, è il capitolo di maggiore interesse tanto per il personale aeronavigante quanto per chi è preposto alla loro assistenza e formazione: l’obiettivo – la sicurezza dei viaggiatori – è troppo importante perché alcuni aspetti della psicopatologia da volo debbano essere sottaciuti o quanto meno “attenuati”. Pensiamo sia sufficiente ricordare che le forme psicopatologiche – peraltro a bassa diffusione – riguardano uomini (e non esseri automatizzati) pertanto soggetti, come tutti, alle leggi dell’equilibrio psicofisico.

I primi studi approfonditi sulla psicopatologia da volo risalgono alla prima guerra mondiale, cioè con la comparsa dell’aereo come strumento di offesa. Tra i più accreditati studiosi ricordiamo Ferry (1918), Anderson (1919) che coniò il termine “aeronevrosi”, concetto successivamente ripreso da Armstrong (1936); e ancora Beyne (1931), fino ai nostri Gemelli e De Meo. Nell’esaminare i primi contributi scientifici, specie in riferimento alla terminologia, il ricercatore potrà constatare argomentazioni confuse e a volte semplicistiche; oltre della fase pionieristica di tali studi, bisogna tenere conto della scarsa conoscenza e sistematizzazione che allora ancora caratterizzava la patologia psichica.

Tuttavia, quelle prime terminologie già testimoniavano l’incidenza dei fattori endopsichici nell’attività di volo: “ male degli aviatori”, “astenia degli aviatori”, “aerastenia”, “neuroeretismo di piloti”, ecc. E’ dopo la seconda guerra mondiale che gli studi sulla psicopatologia da volo sono stati meglio condotti; ricordiamo Ironside e Batchelor (1945), Symonds e Williams (1945) Grinkel e Spiegel (1945) Hastings, Wright, Gluk (1944).

La maggior parte dell’attenzione era inizialmente rivolta agli effetti dell’anossia (dovuta alla sensibilità del tessuto nervoso per la deficienza di ossigeno. Essa è solitamente inclusa nell’ambito delle sindromi psico-organiche e consiste – specie nella forma cronica – in apatia, irritabilità, ottundimento del sensorio, amnesie).

Interessanti sono ancora oggi le rilevazioni di Kritzler (1944) che descrisse 27 casi mortali per anossia, e di Lewis e Haumaker (1949) che ne descrisse ben 75. Una classificazione esauriente di tutti i possibili disturbi neuropsichici riscontrabili nell’attività di volo è spesso resa difficoltosa non tanto per la irreperibilità dei dati (che in quest’ultimo decennio sono stati studiati approfonditamente) ma per le problematiche terminologiche e concettuali che ancora pervadono la nomenclatura psicopatologica.

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