12 Dicembre 2019

L’identificazione del soggetto

L’identità personale di un determinato soggetto è costituita dall’insieme dei caratteri fisici e somatici e dal nome (generalità). Tali elementi sono contenuti, di norma, nei documenti di identità. Fissare, quindi, in un documento caratteri e nome di un individuo vuol dire fissare l’identità di quel soggetto.

La necessità di identificare con certezza una persona si pose già nelle prime forme evolute di convivenza sociale quando la cerchia delle persone con cui si veniva a contatto non fu più ristretta all’ambito dei soli familiari o agli appartenenti ad una sola tribù.

Allorché la quantità delle relazioni interpersonali fu molteplice e la loro regolamentazione investì, oltre che la sfera privata, anche quella pubblica, sorse la necessità di un servizio apposito che garantisse sulla identità delle persone. Poiché il problema dell’identità coincideva, frequentemente, con un problema di responsabilità, nel senso che, spesso, si doveva identificare l’autore di un fatto criminoso, la mancanza di una metodologia di ricerca scientifica condusse ad aberrazioni procedurali, tra le quali si ricordano le “ordalie”, o “giudizi di Dio”, dove la divinità veniva chiamata a testimone perché si pronunciasse, attraverso una prova inappellabile, pro o contro la supposta reità del prevenuto.

Poteva, così, accadere che un malcapitato venisse costretto ad immergersi nell’olio o nell’acqua bollente nella certezza che, se fosse stato innocente, l’intervento divino lo avrebbe salvato. Come si vede nelle ordalie era evidente un misto di elementi religiosi e magici che prevalevano sull’elemento giuridico anche se tuttavia ne costituiva il criterio informatore.

Tramontato con il Medio Evo il sistema delle ordalie, il problema dell’identificazione continuò a sussistere e a richiedere una soluzione adeguata.

Il primo serio tentativo di risolvere, sul piano scientifico, il problema dell’identificazione in senso proprio si ebbe solo verso l’inizio della seconda metà del secolo passato ad opera del francese Bertillon. Egli avvertì la necessità di addivenire all’identificazione del criminale recidivo non più attraverso l’apposizione sul soggetto di un signum, o marchio (come avveniva in Francia prima dell’avvento dei codici napoleonici), bensì nella ricerca, nello stesso soggetto, di quei caratteri antropologici di differenziazione di cui la natura lo aveva dotato.

Il sistema Bertillon, detto segnalamento antropometrico(in quanto si basava sulle rilevazioni metriche della statura, del busto, delle braccia, della lunghezza della testa, del diametro zigomatico ecc. del segnalato) offrì una prima possibilità di classifica differenziata, tanto che furono raccolte circa 90.000 schede antropometriche.

Ben presto però, ci si dovette accorgere che tale sistema di identificazione incontrava una serie di limiti, basati principalmente sulla soggettività delle rilevazioni dei dati numerici, che allontanavano tale metodo dal rigore scientifico e dal dato obiettivo. Si andava, ormai, delineando il trionfo della impronta digitale come il mezzo più valido alla identificazione del recidivo.

A.F.I.S. – acronimo di Automated Fingerprint Identification System, sistema di riconoscimento delle impronte digitali.

Il rilievo e l’esame delle impronte digitali, ossia la dattiloscopia (che in greco significa osservazione delle dita) è una procedura per identificare le persone, nota da tempo. Si avvale del fatto che le cosiddette creste cutanee papillari delle mani e delle dita sono diverse in ogni essere umano. Per obiettivi di polizia questa procedura viene impiegata dalla metà del diciannovesimo secolo.

In Svizzera dal 1984 è in funzione AFIS, il sistema automatico d’identificazione delle impronte digitali. AFIS consente da un lato la ricerca mediante le impronte digitali delle dieci dita rilevate sul luogo di un reato (comprese le tracce delle impronte palmari e del profilo palmare) e dall’altro di identificare con certezza delle persone entro pochi minuti grazie alle impronte digitali di due dita.