Maggio 19 2020

Le Helping Professions

E’ universalmente riconosciuto che gli operatori nelle helping professions (medici, infermieri, psicologi, insegnanti, operatori sociali, riabilitatori, poliziotti, personale di centri di detenzione, avvocati, addetti ai servizi legali …), sono esposti più di altri ad una notevole dose di stress, e che ognuno di loro reagisce a questo in modo diverso, in base al ruolo coperto e alle caratteristiche di appartenenza.

Nell’ambito della Psicologia dell’Emergenza il lavoro di soccorso e assistenza rientra a pieno titolo nella categoria dell’helping professions, cioè di quelle professioni che fanno della relazione di aiuto il cardine della loro essenza: da una parte c’è la persona che ha bisogno di aiuto, la vittima, dall’altra la persona che offre aiuto, il soccorritore, un professionista che deve in qualche modo curare questa sofferenza.

Ogni scambio sia comunicativo, sia emotivo, avviene all’interno di questo diade che non è mai possibile cambiare. Questa particolare relazione è spesso collocata in contesti che nella loro infinita variabilità e imprevedibilità presentano, tuttavia, delle costanti con le quali il soccorritore deve ogni volta confrontarsi. Una di queste è il tempo, che modula e caratterizza pesantemente tutta l’opera di soccorso. “Non c’è mai tempo e bisogna fare tutto in fretta” questo significa essere, minuto dopo minuto, sempre efficaci ed efficienti, pena il fallimento del soccorso e perdita di vite umane.

La relazione tra il soccorritore e la vittima è descritta con il concetto di “triangolo di soccorso” in cui definisce tre componenti della relazione di aiuto:

  1. La figura del soccorritore con la sua capacità di resistenza, la sua personalità, il suo livello di stress;
  2. La vittima, sul quale il soccorritore proietta esperienze precedenti e aspetti della sua vita, ma allo stesso tempo soggetto con le sue richieste, aspettative e sofferenze (se ancora in vita);
  3. L’angoscia, cioè l’inevitabile emozione che scorre in questa relazione sia provata dalla vittima che si aggrappa in modo assoluto al suo soccorritore, sia dello stesso che ha il compito di salvarla.

Le caratteristiche della situazione in cui il soccorritore presta il proprio servizio offrono scenari spesso struggenti. Ciò comporta l’insorgenza nel soccorritore di reazioni d’ansia variegate: un’ansia fluttuante generata dalla sensazione di non essere all’altezza del compito; un’angoscia reale che nasce da un pericolo percepito come realmente minaccioso per l’incolumità fisica, e infine un’angoscia automatica che s’instaura quando la persona non è più in grado di gestire le intense emozioni che vive. Ma tutto questo raramente è percepito dall’individuo. Si potrebbe obiettare che in fondo per ogni soccorritore questo è il proprio lavoro, e per lo stesso motivo il soccorritore può pensare che questo è “il suo lavoro ed è pagato per farlo”.

Anche se l’evento traumatico è “straordinario” per la vittima ed è “ordinario” per il soccorritore, ogni emergenza ha caratteristiche diverse. Per operare in questa dimensione di routine di emergenza, il soccorritore – si blinda e inserisce il pilota automatico. Ciò serve per difendersi da un impatto con una realtà che per la sua drammaticità potrebbe portare ad una reazione di immobilizzazione, ad una vera crisi di panico o di fuga. Quando tale meccanismo non funziona il soccorritore sembra comportarsi allo stesso modo della vittima.

Taylor e Frazer includono il personale di soccorso al terzo livello nella classificazione delle vittime di una catastrofe.

  1. Vittime di primo livello: chi subisce in via diretta l’impatto dell’evento.
  2. Vittime di secondo livello: parenti e amici delle vittime di primo livello
  3. Vittime di terzo livello: personale di soccorso
  4. Vittime di quarto livello: la comunità coinvolta nel disastro e chi in qualche modo ne è eventualmente responsabile
  5. Vittime di quinto livello: individui il cui equilibrio psichico è tale che, anche se non sono coinvolti direttamente, possono reagire con un disturbo emozionale
  6. Vittime di sesto livello: individui che, per un diverso concorso di circostanze, avrebbero potuto essere loro stessi vittime di primo livello o che hanno spinto altri nella situazione traumatica o che si sentono coinvolti per altri motivi indiretti.

Generalmente il lavoro in situazioni di emergenza è una combinazione di esperienze negative caratterizzate da sentimenti di dolore, disperazione, impotenza, ma anche di esperienze positive, come sentimenti di condivisione di scopi e obiettivi con il team di soccorso, di impegno sociale, che rafforzano le convinzioni professionali e personali. I rischi professionali connessi all’opera di soccorso, le situazioni, e gli stressor personali degli operatori spiegano le loro profonde reazioni emotive e di stress. I rischi professionali riguardano:

  • L’esposizione a pericoli fisici imprevedibili
  • L’incontro con la morte violenta o con resti umani
  • L’incontro con la sofferenza di altre persone
  • La percezione negativa della causa del disastro
  • La percezione negativa dell’assistenza offerta alle vittime
  • I turni lunghi, il lavoro disorganizzato
  • La percezione di scarso controllo
  • L’ambiguità del proprio ruolo
  • Le difficoltà di comunicazione
  • La necessità di compiere scelte difficili (il dilemma del soccorritore)
  • Le condizioni atmosferiche
  • L’eccessiva identificazione con le vittime
  • L’urgenza
  • Il senso di fallimento della missione
  • L’eventuale ostilità manifestata dalle vittime.

Fra le situazioni e gli stressor personali figurano:

  • Le lesioni personali
  • I decessi o le ferite subite dalle persone amate, dagli amici o dai colleghi
  • Le perdite di beni materiali
  • Lo stress preesistente
  • Uno scarso livello di preparazione personale o professionale
  • Le aspettative su di sé
  • Le esperienze avute in passato
  • Uno scarso livello di sostegno sociale
  • L’esistenza di traumi precedenti.

Loro (i soccorritori) hanno il dovere di ascoltare e accogliere le emozioni del disastro, ma proprio per via dello show della loro forza sono costretti a negare le proprie. O quantomeno a nasconderle, o a ritardarne l’espressione. Che puntualmente si verifica il giorno del ritorno a casa, o poco dopo. E le emozioni di impotenza, di rabbia, di odio, si scaricano in ambienti che non hanno nulla a che fare con il luogo del disastro. Combinando, a loro volta, altri disastri: generando cioè, rispettivamente, depressione, litigi, separazioni. O ancora, ed è questa la situazione peggiore, ad agirle inconsapevolmente durante le stesse operazioni di soccorso, aggiungendo così aggravanti all’emergenza. E’ il caso di scelte irragionevoli, di faziosità, di litigi tra forze di soccorso. Dunque, da un punto di vista psicologico, ha tanto senso occuparsi delle vittime, quanto dei soccorritori. Tutti sono esposti a traumi psicologici, anche se ovviamente con pesi, e possibilità di soluzione, radicalmente diversi”.

Si è definitivamente affermata l’idea che l’insorgenza e la cronicizzazione dei disturbi siano causate dall’interazione reciproca delle diverse caratteristiche che compongono l’evento traumatico (natura del fenomeno, gravità, livello di preavviso, durata dell’esposizione, prossimità fisica ed emotiva) con alcuni aspetti dell’individuo (quantità e qualità dell’assistenza sociale, possibilità di un immediato trattamento dei sintomi più acuti).

Se in passato veniva considerata valida l’ipotesi secondo cui ad un evento estremo seguissero inevitabilmente reazioni umane estreme, oggi non è più così. E’ più plausibile, infatti, che esista un’unica sindrome post traumatica, comune a tutte le situazioni di forte impatto e generata da un’ampia gamma di fenomeni diversi la cui gravità dipende soprattutto dal significato individuale che la vittima gli attribuisce. Il sostegno psico-fisico serve alle persone coinvolte proprio per affrontare positivamente i risvolti, spesso drammatici, che questi eventi portano con sé nel tempo.

Per questo, sulla base di considerazioni di tipo etico, giuridico e medico legale, l’attività di prevenzione dell’insorgenza e la cronicizzazione dei disturbi psichici correlati a tali Rischi Professionali è un preciso dovere delle istituzioni cui appartengono gli operatori coinvolti negli eventi traumatici. Lo scopo è di tutelarli dal punto di vista psico-fisico e mantenerli efficienti sotto il profilo operativo.

La dedizione, il coraggio e la formazione costituiscono attributi necessari ed apprezzabili, ma non sempre sufficienti a salvaguardare i soccorritori dal rischio di problemi psicopatologici connessi al loro lavoro. Situazioni cariche di tensione come la morte, la distruzione e la sofferenza degli esseri umani richiedono interventi di supporto e di supervisione.

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