Gennaio 12 2021

Pedagogia

PEDAGOGIA: Ma che significa?

Quando mi sono iscritta, da adulta, all’università  l’ho fatto credendo che mi interessasse la facoltà di psicologia ma per un errore, o per destino, sono entrata nella facoltà di scienze della formazione che poi dopo 5 anni mi avrebbe permesso di diventare una pedagogista. Sebbene la psicologia continui ad essere uno dei miei più grandi interessi confesso che quella parola, ” pedagogia”, mi è entrata subito nel sangue. Nei miei anni universitari ho dovuto fare i conti  molto spesso con questo termine, affrontandolo da diverse prospettive e tenendo conto del fatto  che la pedagogia, proprio a livello strutturale, risente dell’apporto di psicologia, antropologia, sociologia, filosofia  dei cui risultati e metodi spesso si avvale.

Eppure, considerato che sono pure madre, credo che il suo principale campo di studi, l’educazione, sia un problema più che mai attuale e degno di attenzione a livello multidisciplinare. Quello che la pedagogia mi ha insegnato è sintetizzabile in una definizione, che sembra un gioco di parole : avere a cuore il cuore. Significa educare a prendersi cura delle proprie emozioni e passioni, dei propri sentimenti svincolandosi dall’obbedienza  e dall’applicazione di modelli e principi imposti, di norme e condotte preconfezionate. Significa passare dalla logica del “ penso, dunque sono” a quella del “ sento, dunque sono” e non mi sembra poco.

Diversità culturale

Diversità culturale.

Opzioni e scelte.

Non essendo la cultura un dato biologico o genetico, noi non nasciamo con una cultura specifica ma solo con una predisposizione ad attuare alcune delle molte opzioni possibili. Come ha scritto Levi- Strauss:” Ogni individuo possiede alla nascita la somma delle possibilità di organizzazione mentale di cui ogni cultura si limita a scegliere una parte”.

In altri termini è come se, venendo al mondo, fossimo dotati di un hardware sostanzialmente uguale a quello degli altri umani, sul quale è possibile installare qualunque software. Il problema è che nessuno di noi possiede tutti i software. Perciò siamo costretti a scegliere quale utilizzare. La cultura, ogni cultura, è innanzitutto un fatto di scelta e questo è un elemento che la distingue dalla natura che segue inevitabilmente processi di tipo chimico, biologico e fisico prevedibili.

Non a caso le scienze naturali sono predittive mentre quelle sociali, avendo a che fare con i fatti umani, difficilmente lo sono. È ovvio che ogni scelta implica una rinuncia. Cultura come scelta dunque, come modo di leggere e organizzare il mondo che ci circonda. Alcune delle scelte culturali di una popolazione possono essere dettate da necessità ambientali, la scelta di un determinato modo di sussistenza non può prescindere dall’habitat.

Non tutte le scelte culturali sono però determinate da fattori ambientali o da altri elementi oggettivi. In molti altri casi si tratta di scelte assolutamente arbitrarie come nel caso delle lingue o di altri sistemi simbolici che regolano le nostre vite. Non esiste società umana che non si sia interrogata, ad esempio, sull’ origine dell’uomo, sulla nascita e sulla morte, sulle differenze di genere. Si tratta di questioni che riguardano l’esistenza di tutti gli esseri umani e pertanto, come afferma Clifford Geertz: “I problemi, essendo esistenziali, sono universali, le loro soluzioni, essendo umane, sono diverse”.

Il perché della diversità

Detto che la cultura è un prodotto umano, ci si può domandare il perché esistano tante espressioni culturali diverse. Le risposte sono di vario tipo: ci sono cause di tipo ambientale, cause di tipo storico, a volte scelte di tipo assolutamente arbitrario, dettate solo dalla creatività umana.

È indubbio che l’ambiente influisca su alcune scelte culturali, limitandole a volte, rendendo possibili certe azioni e impossibili altre. Non tutti hanno le stesse opportunità di scelta. Se prendiamo le tre grandi religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo e islam, vediamo come nessuna delle tre propone il vegetarianesimo.

Inoltre, molte metafore relative agli esseri umani sono di carattere animale: Gesù visto come buon pastore e i suoi fedeli come gregge, l’agnello di Dio e così via. Si tratta di fedi nate e forgiate tutte e tre in ambiente desertico o semidesertico, dove è impossibile essere vegetariani, l’unico modo per sopravvivere è l’allevamento. Al contrario, se prendiamo alcune filosofie orientali, prima fra tutte il buddismo, notiamo che si sono sviluppate in regioni tropicali, dove la ricchezza e la varietà di vegetazione rendono più semplice la pratica del vegetarianesimo. Non è un caso che in queste forme di pensiero l’uomo sia invece rappresentato con metafore vegetali: stelo fra gli steli, canna tra le canne.

Sarebbe però riduttivo cedere totalmente a questo approccio di carattere deterministico poiché gli esseri umani non subiscono sempre passivamente l’ambiente, laddove ne hanno la possibilità, lo modellano piegandolo ai loro bisogni. In realtà osservando, finiamo per disegnare un mondo a misura di ciò che vediamo: il nostro sguardo si modella e anche il nostro pensiero, e questo pensiero ce lo portiamo dentro, diventa parte della nostra cultura, della nostra identità, plasmate su ciò che vediamo, sentiamo, su ciò che ci accade attorno, sulla memoria dei nostri padri. Anche così nasce la varietà umana di pensiero.

Per fare un altro esempio, il nomadismo in aree semidesertiche è pressoché l’unica strategia possibile per fare sopravvivere gli animali allevati. Essere nomadi non significa solamente muoversi continuamente, ma anche vedere il mondo in funzione del movimento, percepire lo spazio e il tempo secondo modalità legate allo spostarsi.

L’orizzonte di un nomade si sposta con lui e non potrà mai essere quello di chi sta fermo. I nomadi, visti dall’immobilita di una casa, ci appaiono sfuggenti, fuori luogo, sempre precari, come se mancasse loro qualcosa. Eppure il sedentario ha bisogno del nomade per definire se stesso e, viceversa, il nomade ha bisogno del sedentario.

Leggiamo queste parole di Malika Mokaddem, scrittrice algerina, discendente di una famiglia di nomadi.

Quando provammo a iscrivere Khellil a scuola obiettarono che era troppo grande. “ È troppo tardi” dissero. Troppo tardi per un bambino che ha la vita davanti a sé? Ma la gente immobile si annoiava talmente, che contava il tempo per piccole frazioni della giornata, proprio come io sgrano le perle del mio rosario per pregare! Mettevano i limiti al tempo così come costruivano muri per limitare i loro passi. Se di andava al di là, se si usciva dal loro tempo imprigionato, dicevano “ È troppo tardi”.

MariaConcetta

pedagogiaUguaglianza o/e equità ?

Da buona pedagogista ma ancora prima da donna curiosa mi piace sottolineare che i due termini appartengono a due campi semantici diversi al di là delle possibili interpretazioni.

Essere uguali significa rientrare in condizioni per cui persone e collettività hanno diritto ad essere considerate tutte alle stessa stregua soprattutto in ambito politico, sociale ed economico.

Se è vero che si è uguali dal punto di vista dell’essere al mondo  è altrettanto vero che nessun essere umano è uguale ad un altro pertanto non si tratta di raggiungere l’ uguaglianza quanto di fare in modo che ciascuno di noi sia trattato con equità, con pari opportunità.

E se questo è un principio valido in tutti gli ambiti lo è, a maggior ragione se si tratta di educazione o istruzione.